domenica 19 maggio 2019

Le parole sono importanti di Marco Balzano (Einaudi)

Dopo Resto qui, Marco Balzano con Le parole sono importanti (Einaudi, 2019) ci regala un emozionante viaggio etimologico e "storico" tra alcune delle parole italiane più care all'autore e, al tempo stesso, universali.
Ragionare sull'etimo di una parola, ricercarne la radice, indagare la sua storia ci permette di acquisire maggiore consapevolezza sull'uso della stessa e, più in generale, sull'uso della lingua in un tempo storico e sociale che preme per la sintesi, la semplificazione e l'appiattimento (linguistico e di concetto). 
Cosa accade quando nostro figlio ci chiede il significato di una parola? La domanda ci pone di fronte a un interrogativo maggiore che non si riassume, semplicemente, nel dare una definizione chiara e lineare ma anche (e soprattutto) nello sforzo di concentrazione che sottostà a quella che Balzano interpreta come "richiesta di ascolto e di cura" che, secondo l'autore, "ci spinge a una maggiore etica della lingua. Immergersi nella storia delle parole, infatti, permette non solo di salvaguardarne la profondità, ma anche di individuare gli usi impropri, le omissioni, le mistificazioni di cui, senza accorgerci, siamo spesso vittime".
Un monito di W.Benjamin in chiusura dell'introduzione ricorda, in maniera inequivocabile, l'importanza delle parole: "ogni degradazione individuale e nazionale si manifesta subito con una degradazione rigorosamente proporzionata al linguaggio" (Sulla lingua in generale e sulla lingua dell’uomo, Einaudi, Torino 2008).

Einaudi Editore: scheda libro

Le parole sono importanti su Twitter 






sabato 18 maggio 2019

Joseph Eid, Ritorno a Palmira ~ Il collezionista di Aleppo

Joseph Eid, Ritorno a #Palmira ~ Il #collezionista di #Aleppo
Aleppo - Ci sono alcune cose che bombe e combattimenti non possono uccidere. Come Mohammed Anis e la sua determinazione a vivere e ricominciare tra le rovine che oggi sono la sua città natale, Aleppo. Anche se la sua casa è letteralmente una pila di detriti. Anche se gran parte di ciò che aveva apprezzato - dalla sua amata collezione di auto americane d'epoca alla sua fidata pipa - è oggi distrutto, mutilato, rotto. Anche se l'unica cosa intorno a lui che funziona ancora è un vecchio grammofono che manovra a mano.

Nella parte orientale di Aleppo, detenuta dai ribelli, prima che cadesse nelle forze governative alla fine di dicembre, tra i selvaggi combattimenti e le carenze accompagnatorie, Anis si è rifiutato di lasciare la sua casa e la sua collezione di auto d'epoca che mostrava ogni volta che vi era l'occasione. La storia che il mio collega, Karam al-Masri, raccontò di lui divenne una delle più stimolanti per uscire dalla parte orientale assediata della seconda città siriana.

Così, quando una squadra AFP è tornata in città di recente, abbiamo deciso di scoprire cosa gli è successo. Non era difficile da trovare. I residenti rimasti nel suo quartiere di al-Shaar, ci hanno prontamente indirizzato all'uomo conosciuto lì intorno come il "lupo bianco" a causa della sua chioma d'argento. Abbiamo semplicemente chiesto loro se sapessero dove trovare l'uomo che ha collezionato vecchie auto americane. Karam lo chiamò Abu Omar nel suo rapporto, ma sapevamo che era uno pseudonimo, usato per ragioni di sicurezza.

Guidando prima in macchina e poi proseguendo a piedi a causa delle rovine che sporcano le strade, alla fine arrivammo a una porta di metallo verde. Abbiamo bussato. "Tu sei il francese," disse dopo aver aperto la porta e dato un'occhiata a noi.

Abbiamo scoperto che ha lasciato Aleppo solo due mesi prima che la parte orientale cadesse sotto le forze governative. Mentre parlavamo, continuava a ripetere che nulla poteva distruggere la sua volontà di vivere. Stava per ripristinare le sue auto "ferite", alcune distrutte, altre danneggiate. Ha una volontà di ferro, quest'uomo. È difficile da credere quando vedi la situazione intorno a lui. 

Questo testo è la traduzione dell'articolo edito da AFP. Per continuare la lettura in lingua originale prosegui sul sito: https://correspondent.afp.com/music-over-ruins-aleppo

sabato 4 maggio 2019

Un amore esemplare di Daniel Pennac con disegni di Florence Cestac

Una graphic novel romantica, una ballata senza tempo che incornicia quarant'anni di sentimenti, emozioni e accadimento tra due personaggi eclettici e bizzarri che fanno dell'amore la loro ragione di vita. Si tratta di Un amore esemplare scritto da Daniel Pennac e disegnato da Florence Cestac, edito da Feltrinelli Comics a gennaio del 2018. 


Difficile parlare di questo libro poiché è difficile misurarsi con una storia d'amore sconfinata come quella tra Jean e Germaine. Sono loro i protagonisti che catturano l'attenzione di Pennac bambino quando, nelle caldi estati francesi, trascorreva le vacanze dalla nonna, in un piccolo borgo della Costa Azzurra, La Colle-Sur-Loup.
Tra un gioco e l'altro in compagnia del fratello Bernard e degli amici italiani, il piccolo Pennac scopre una curiosa coppia di sessantenni starsene spesso in disparte all'ombra di alberi secolari.
Poco avvezzi alla vita della comunità, Jean e Germaine sbeffeggiavano le dicerie che venivano raccontate sul loro conto. Tuttavia proprio questi brandelli di verità hanno incuriosito Pennac che, attraverso svariati stratagemmi, si insinua nella casa della coppia con l'obiettivo di scoprire tutto della loro vita.
Daniel Pennac, anno dopo anno, diventa l'inconsapevole depositario di una storia d'amore senza tempo. E' lui la memoria storica, "il testimone di quell'amore meravigliosamente improduttivo e straordinariamente fantasioso. Un amore esemplare, letteralmente!". 
Parlare di un amore come questo comporta delle responsabilità. Si ha paura di sporcarlo, contaminarlo con eccessi di aggettivi, con frasi e parole che hanno poco a che vedere con la vera storia di Jean e Germaine.
Pennac con maestria e saggezza, con la giusta dose di ironia e inventiva affida alla parola scritta un amore esplosivo, difficilmente ascrivibile ma che proprio per questo è degno di essere tramandato. La penna di Cestac compie il miracolo e tratteggia una delle storie d'amore più coinvolgenti e divertenti degli ultimi anni.

La narrativa neorealista nel romanzo di Marco Balzano, Resto qui (Einaudi)

Il Paese sommerso, una diga che non poteva essere costruita, il distacco dalle proprie terre d'origine, dalla propria casa e dagli affetti. Andarsene diventa, quindi, per alcuni un atto di vigliaccheria, per altri una lacerazione che potrebbe provocare ferite insanabili. E poi c'è chi lascia la terra natia senza guardarsi indietro, nella speranza che l'ambito domani sia migliore del presente. 
Il campanile di Curon, paesino del Sudtirolo al confine tra Austria e Svizzera, è l'ultima traccia che rimane della comunità sommersa oltre mezzo secolo fa. Resto qui di Marco Balzano (Einaudi, finalista Premio Strega 2018) è il grido di disperata solitudine di Trina e del marito Erich, che tentano di salvare la loro comunità, il loro maso, il loro piccolo paese dalla follia cieca e distruttiva che vuole, a qualunque costo, la costruzione della diga. 


Quello che rimane della comunità di Curon è il simbolo di una lotta che si svolge in oltre trent'anni di Storia e che coinvolge l'intimità delle famiglie che abitano quelle terre. 
Partendo dal Paese sommerso, Balzano ci restituisce un romanzo costruito sulle scelte dei personaggi che lo popolano: Trina, voce narrante, donna tenace che saprà affrontare con audacia le molteplici prove a cui la vita la sottoporrà (dall'insegnamento nelle scuole clandestine alla perdita della figlia, scappata con gli zii per inseguire il sogno della Germania nazista, fino al figlio arruolatosi con i nazisti); il marito Erich, fedele alle sue scelte, che non verrà meno ai principi appresi da giovane fino al punto di rinnegare il figlio a causa di divergenze politiche; gli abitanti di Curon: chi vuole vedere in faccia la realtà, chi preferisce adeguarsi per paura di ritorsioni. 
La narrazione neorealista è sorretta da un linguaggio sorvegliato, che dipinge i sentimenti con pennellate decise, senza sbavature retoriche. Potrebbe apparire una storia lontana dai nostri giorni, ma ad una attenta lettura si riscontrano parole e concetti nei quali ci imbattiamo ogni giorno: frontiera, confine, migrazione, abbandono. 
E' questa la forza della narrazione del libro Resto qui di Balzano (in assoluto uno dei romanzi più profondi, intimi e ricercati tra quelli letti negli ultimi mesi): creare un legame che supera il tempo e lo spazio, parlando della potenza delle scelte e di quello che implicano tanto nella Storia quanto nell'intimità quotidiana.  

venerdì 26 aprile 2019

Mauro Covacich, Di chi è questo cuore

Tra le pieghe del libro di Mauro Covacich, Di chi è questo cuore (La Nave di Teseo), inserito tra i dodici candidati al Premio Strega, si legge una storia di cuori desolati, di persone fragili che vagano in una Roma abbandonata. Un flusso di pensieri, quello dell'autore che si confonde con il narratore, che vuole essere lo specchio di un quotidiano mal di vivere che accresce la distanza, l'incomunicabilità, la diffidenza tra il narratore stesso e le persone che lo circondano.


Amabile podista, il narratore si trova ben presto alle prese con una complicazione cardiaca che non accenna ad arrestarsi. E' questo il momento in cui dovrà fare conti con nuove abitudini, nuovi impegni quotidiani e, talvolta, nuovi volti alcuni dei quali andranno a popolare le sue fantasie mentre altri saranno il pretesto per una più ampia e approfondita analisi sull'animo umano.

L'animo umano è il crogiolo entro il quale i sentimenti si dipanano andando a definire l'individuo: "diventare individui richiede uno sforzo spesso insostenibile, significa rispondere a un appello. Non a caso veniamo al mondo con un nome, che è già lì, pronto ad aspettarci". Eppure il nome non ha origine da un personale inconscio e incontrollato impulso, ma è incline alle volontà di soggetti terzi. Nell'animo abbiamo l'immagine nitida e pura di noi stessi: per chi riesce a guadarsi può vedere anche il proprio cuore andando oltre l'indagine anatomica. E quindi di chi è questo cuore?

Il gesto estremo, che si tinge di solipsismo, che rinnega la bellezza, che va controcorrente, che può risultare narcisistico, è quello di colui che riesce a cogliere se stesso dalla massa informe e senza paura tenta di guardarsi dentro, di scorgere (per capire), in fondo al marasma emotivo e al di là delle consuetudini sociali, di chi è realmente il suo cuore.

Su Twitter viene raccontato così...










domenica 21 aprile 2019

L'ostereierbaum di Volker Kraft


Anche la Pasqua laica ha le sue tradizioni. Lo sapevi che esistono gli alberi di Pasqua? L'albero di Pasqua più famoso risale al 1945 in Germania. Questi alberi e la tradizione che rappresentano vengono conosciuti ostereierbaum o osterbaum. 
Gli alberi di Pasqua sono realizzati appendendo uova decorate sui rami invernali spogli, sia nei giardini, sia su rami staccati dagli alberi e portati in casa. Decorate con tanti colori brillanti e appese con nastri colorati, le uova possono essere di plastica, di legno o vere (svuotate e poi dipinte).
Come detto pocanzi, l'ostereierbaum più famoso del mondo si trovava in Germania, precisamente nella città di Saalfed e risale al 1945. Volker Kraft è l'artefice di questa meravigliosa opera che replicò dopo aver visto alcune uova appese ad un albero poco distante da casa sua. Con costanza e dedizione, Volker Kraft, in un albero del suo giardino, a partire dal 1965, e per tutti gli anni a venire, appese uova colorate. Nel 2009 si contarono oltre 10.000 uova. 
La meravigliosa creazione di Volker Kraft è stata donata nel 2016. 

Easter Greeting

I migliori auguri di Pasqua raccontati dalle cartoline storiche provenienti da tutto il mondo. Una collezione autentica e prestigiosa che i musei conservano con grande cura. 

Auguri di Pasqua: cartolina conservata presso The Strong National Museum of Play
Mr and Mrs COCK-A-DOODLE-DOO. Sketch for Easter Card Jenny Nyström 1909 Nationalmuseum Sweden


Easter Card di Tuck's Post Card

Easter Card di Tuck's Post Card

Greeting card:With Loving Easter Greeting1885-1915  The Strong National Museum of Play


sabato 20 aprile 2019

Golgotha, Edvard Munch


Il 1900 si apre con un'opera che non smetterà di far sentire la sua forza anche nei decenni a venire: Golgotha di Edvard Munch. Il Crocifisso di Munch esprime una poetica differente da quella a cui eravamo abituati nel secoli precedenti: solitudine ma anche estraneità, nessun potere salvifico ma solo una figura che si erge su una "folla angosciata, anonima e oppressa da un cielo plumbeo". E' una dialettica che si insinua tra i due secoli e denota una fragilità psicologica che sarà la stessa che porterà all'emergere dell'alienazione e dello smarrimento topoi tipici del ventesimo secolo. 
Si avverte quel senso di angoscia già presente in una delle sue opere precedenti, L'urlo... interminabile che attraversava la natura. 

Cristo in croce di Delacroix


Nel Cristo di Delacroix del 1853 è vivido il dolore fisico e la sofferenza della carne ma non vi è la santificazione di questo dolore, non vi è l'eroismo del sacrificio, non l'esplosione della bontà celeste, che trapela pur nell'angoscia suprema. Questo si leggeva ne “Il” Fuggilozio: Giornale di amena letteratura contemporanea. Già queste parole, dovrebbero farci riflettere sull'intensità dell'opera e sul mutamento di prospettiva del Cristo in Croce rispetto alle opere dei secoli precedenti che abbiamo visto negli altri articoli.
Non a caso Delacroix è l'anticipatore del male di vivere che molti artisti vivranno nel ventesimo secolo: il dualismo tra bene e male, tra felicità e infelicità, tra dolcezza e dolore. La sua pittura è permeata da questi sentimenti che si intrecciano e si avvinghiano per dare vita a delle opere senza tempo.  
Dagli echi pittorici rinascimentali, Delacroix prende distacco ben presto per dare vita, sulla tela, al groviglio di emozioni che lo caratterizzerà annoverandolo tra gli artisti più importanti del diciannovesimo secolo. 

Cristo in Croce di Antonie Van Dyck


A proposito del Cristo in Croce di Antonie Van Dyck (olio di tela) datato 1623, Donatella Mattioli nel 1977 in occasione della mostra "Rubens a Mantova" scriveva: "Durante il suo viaggio in Italia, nel novembre del 1623, anche Van Dyck fu ospite della corte gonzaghesca ed in questa occasione pare abbia eseguito un ritratto del duca Ferdinando Gonzaga (1587-1626), meritandosi come ricompensa un prezioso collare d'oro. Questo dipinto, sino ad ora inedito, si è sempre tramandato nella famiglia D'Arco come opera di Anton Van Dyck ed in effetti presenta straordinarie analogie con il Cristo in croce del Palazzo Reale di Genova (probabilmente eseguito attorno al 1622/23) e con quello della pala di S. Michele di Rapallo dei quali ripete la potente carica emozionale. Benché l'audace slancio verticale della figura ed il raffinato panneggio del perizoma rivelino un'eccezionale maestria tecnica, gli inconsueti giochi cromatici del corpo di Cristo lasciano ancora qualche perplessità che potrebbe comunque essere fugata da un accurato esame tecnico della tela."