giovedì 10 maggio 2012

Dossier 2°parte: Storia del Surrealismo dalle origini al Pop Surrealism


Continua il dossier dedicato alla nascita e alla storia del surrealismo fino all'evoluzione del pop surrealismo. Dopo aver trattato, nella prima parte di questo dossier, i primissimi passi del movimento surrealista e i suoi rapporti con la psicoanalisi di Freud, vediamo di addentrarci nel surrealismo trattando, in questa lezione, la nascita del movimento in relazione al contesto storico-politico.

Come si è detto, il primo Manifesto del Surrealismo è datato 1924 per opera di André Breton ma dobbiamo fare qualche passo indietro, guardare al primo dopoguerra per capire le condizioni che spinsero Breton e i suoi seguaci ad abbracciare certi concetti.

In seguito al primo dopoguerra, l'Europa tutta subisce un tracollo non solo economico ma anche (e soprattutto) emotivo e psicologico. Se il concetto di trauma psichico viene introdotto per la prima volta nel 1888 dallo psichiatra tedesco H. Oppenheim con il suo libro “Le nevrosi traumatiche”, è solo in seguito alla prima guerra mondiale che "trauma psichico" diventa  un termine di uso comune non solo tra gli esperti ma anche tra il popolo. Dopo svariati studi, il termine viene sostituito con quello di “nevrosi da guerra” proprio per indicare i sopravvissuti che, tornati dal fronte, presentavano chiari segni di stress o trauma (effetti post-traumatici che sarebbero confluiti nelle patologie psichiatriche quali il Disturbo Post Traumatico da Stress o la Depressione). 

A subire le nevrosi da guerra (sulle quali molti psicoanalisti come Abraham, Ferenczi e Tausk fecero studi, scrissero saggi e cercarono di convincere i capi militari che non ci si trovava di fronte a semplici esaurimenti e che, di conseguenza, questi soldati non potevano essere rispediti al fronte bensì curati. Lo stesso Freud propose accanto all’istinto libidico, anche quello di morte) sono tutti gli uomini, giovani e meno giovani, europei: contadini, operai, studenti, artisti, analfabeti, borghesi, letterati, scrittori. Tutte le classi sociali, nessuna esclusa

E' interessante osservare come, tra i giovani artisti del primo dopoguerra, si insinua una sorta di rivendicazione del proprio sapere oppure, se vogliamo, di bisogno di esternazione del trauma subito. Mi riferisco ad opere come Alla ricerca del tempo perduto di Proust (terminato nel 1922) oppure all'opera di Hemingway del 1929, Addio alle armi. Ma penso anche ad autori che continuarono i loro studi come Claudel, Gide e Valéry che si dedicarono all'attività creatrice e alla presa di coscienza della propria condizione e delle modalità espressive. Tra questi artisti vi è anche André Breton che, attraverso una poetica inafferrabile e archetipica, cerca di sfuggire al grigiore della realtà in cui vive per cercare un'altra realtà, una dimensione immateriale, dove l'immaginazione e i sogni sono protagonisti indiscussi e guidano la vita delle persone. 

Smarrimento e perdita dei valori agitano gli animi anche di quegli artisti che aderiscono al Dadaismo, un movimento di pochi anni precedente al surrealismo (anche se alcuni studiosi indicano i due movimenti come contemporanei). I dadaisti si esprimono decontestualizzando gli oggetti quotidiani e riproponendoli, con ironia, arbitrarietà e provocazione, quali oggetti d'arte. E se la leggenda vuole che il termine Dada non abbia un significato preciso (anzi sembrerebbe derivare dalla casualità di giovani artisti che lo scelsero aprendo a caso il dizionario), Tristan Tzara, carismatico e istrionico romeno che si elegge ben presto a leader del movimento (nonostante il fondatore sia Ball), grida a gran voce il disprezzo e il rifiuto di tutto e tutti a costo di usare qualsiasi mezzo.

Nonostante la grinta di Tzara e dei suoi seguaci, il dadaismo sembra non offrire nulla di nuovo, da un punto di vista pittorico, rispetto al cubismo o al movimento espressionistico Der Blaue Reiter formatosi a Monaco di Baviera nel 1911. Ciò che invece sembra altamente innovativo è l'aspetto poetico: i dadaisti creano una lingua fatta di sillabe vuote dando origine a parole senza significato con le quali riempiono libri e pagine di riviste.

Chi raccoglie l'eredità dadaista agli inizi degli anni Venti a Parigi sono tre poeti francesi: André Breton, Louis Aragon e Philippe Soupault. Come si è già detto nella prima parte del dossier, sarà André Breton l'anima di questo nuovo gruppo che unirà le parti più innovative del dadaismo con le proprie idee sperimentali che si poggiavano sulla psicoanalisi e sui sogni (Breton rimase folgorato dal saggio di Freud, L'interpretazione dei sogni del 1899).

Come viene analizzato da Edoardo Sanguineti nel saggio Ideologia e linguaggio (Feltrinelli, 1978. Rispampato nella collana "Campi del sapere" nel 2001) "il surrealismo sa bene di nascere nell'orizzonte borghese come forma della rivolta degli intellettuali borghesi (...) ma sa benissimo qual'è l'enorme difficoltà di passare dal terreno della rivolta al terreno della rivoluzione" e ancora, scrive Sanguineti "il surrealismo non riesce ad andare oltre l'orizzonte dell'anarchia". 

Ma al di là di queste considerazioni che sono state fatte molti anni dopo, il merito e la lungimiranza del surrealismo sta nell'aver scoperto ciò che Sanguineti chiama Kitsch contemporaneo: "la passione per gli oggetti di cattivo gusto e la scoperta dell'enorme dimensione magica che i moderni sottoprodotti culturali posseggono (...) tutto questo i surrealisti l'hanno percepito per primi e spra questo hanno scommesso".

Bibliografia:

Edoardo Sanguineti, Ideologia e linguaggio, Feltrinelli 2001
Letteratura Francese (secondo volume), Alpha Test 2002
Dada e surrealismo, Marta Ragozzino, Atlanti Universali Giunti 1998
Nicola Lalli, Trauma psichico e stress: una revisione critica del PTSD, presente nel sito www.nicolalalli.com 2005,
Giovanni Procacci, Soldati e prigionieri italiani nella prima guerra mondiale, Bollati Boringhieri 2000

0 commenti:

Posta un commento