mercoledì 13 giugno 2018

Street Art Umbria: il progetto artistico di Matteo Piselli (Ibrido Digitale)

Street Art Umbria è un progetto ambizioso ideato da Matteo Piselli, in arte Ibrido Digitale. Comunicatore, consulente digitale e formatore, Matteo Piselli ha curato la prima edizione di TEDxAssisi. Responsabile della comunicazione di Fuseum Museo di Brajo Fuso, Piselli nutre grande passione per la cultura, in ogni sua forma e declinazione.

Matteo Piselli (Ibrido Digitale)
Abbiamo avuto il piacere di parlare con lui del suo ultimo progetto, Street Art Umbria, dell'origine e degli intenti alla base delle sue idee.

MATRIARCHY di MP5- presso Archi's Comunicazione

Iniziamo subito con il tuo progetto: Street Art Umbria. Da dove nasce questo progetto e qual è lo scopo?
M.P: Street Art Umbria prende forma alla fine di un percorso conoscitivo che mi ha portato a esplorare alcune delle città italiane più interessate dal fenomeno, in particolare Roma e Ancona. Le opere di strada spesso non sono catalogate in modo scientifico come avviene nei musei e nelle gallerie d’arte; la loro diffusione avviene soprattutto attraverso i Social Network, in genere tramite foto di scarsa qualità e descrizioni non professionali. Lo scopo di Street Art Umbria è di catalogare le opere locali, cercando di mantenere intatto il messaggio originale dell’artista. Per raggiungere questo scopo è necessario investire tempo nella conoscenza della materia: imparare a riconoscere gli artisti dalle loro opere, riuscire a distinguere il bello dal brutto e, soprattutto, cercare di entrare nella comunità degli artisti, incontrandoli e confrontandosi con loro.

Che cosa significa per te Street Art? Quali sono gli studi, i libri, i siti alla base della tua
cultura su questo movimento artistico?
M.P: Street Art per me significa arte legata al territorio. Così come gli affreschi di Giotto ad Assisi
raccontano un tempo e uno spazio ben preciso, le opere di strada - quando sono autentiche - rappresentano puntualmente il contesto socioculturale nel quale vengono realizzate. Da qui l’esigenza di distinguere i lavori significativi da quelli che non lo sono. Iniziare a riconoscere gli artisti attraverso le loro opere è il primo passo per apprezzare il fenomeno, andando oltre
il semplice stupore maturato nel vedere un muro colorato. Il mio interesse nei confronti dei murales risale ai primi anni ‘80, quando ero solo un ragazzino, ma già appartenevo alla ristrettissima comunità Hip Hop italiana; al tempo l'esposizione delle opere era molto limitata, si potevano vedere solo su documentari e film a tema, come per esempio Beat Street, in parte FlashDance, ma soprattutto tramite la musica e i video di Malcom McLaren (Buffalo Gals). A quell’epoca la Street Art raccontava soprattutto il disagio delle periferie di New York e Los Angeles, ma un’arte non trasportabile fisicamente avrebbe avuto bisogno di nuovi media per diffondersi. I nuovi media sono arrivati con gli anni Duemila e i muri dipinti hanno cominciato a viaggiare, contaminando e contaminandosi con tutto il mondo. Il mio secondo contatto con la Street Art lo devo al grandissimo Banksy e al suo film Banksy does New York, che meglio di tutti spiega il fenomeno e la sua portata. Per quanto riguarda i testi, vorrei consigliare un libro tutto italiano, scritto da una persona che ha trasformato la sua passione in lavoro: Urban Lives di Ivana De Innocentis, una guida ai luoghi della Street Art sparsi lungo lo Stivale, nato dall'esperienza dell'autrice e dai suoi viaggi di scoperta, raccontati dal suo punto di vista.

Ci vuoi spiegare il tuo rapporto professionale con Fuseum - centro d'arte e cultura?
M.P: Durante la seconda metà degli anni ‘70 frequentavo la scuola elementare Montessori a Perugia; contemporaneamente mia mamma lavorava in una nota galleria d’arte poco distante. Passavo spesso il pomeriggio al lavoro con lei e, mentre facevo i compiti, l’aura dell’arte presente in galleria mi pervadeva senza che me ne accorgessi, senza esserne consapevole. Uno degli artisti promosso da mia madre era un vecchio dentista perugino che si chiamava Brajo Fuso: abitava in una stranissima casa all’interno di un bosco. Grazie a lei ebbi la fortuna di conoscerlo e di visitare quello che sarebbe diventato il Fuseum, ma col passare degli anni dimenticai l’esperienza e andai per la mia strada....
Finché un giorno del 2010 fui invitato casualmente a una mostra organizzata proprio al Fuseum. Una volta entrato in quel luogo magico, i miei ricordi presero forma, come in un film. Raccontai la mia storia al direttore artistico del luogo che, affascinato dalla strana coincidenza, mi invitò a far parte del gruppo di volontari al servizio del parco museale. Da allora do il mio contributo.

Fuseum
Qual è il fil rouge tra la tua professione e la tua vocazione per la comunicazione e la Street Art con particolare attenzione a questo progetto?
M.P:La professione del consulente consiste nel dare un ordine alle cose, nel comprendere dall’esterno quello che le aziende non riescono a intravedere dall’interno. Allo stesso modo, la mia professionalità può essere utile al lavoro degli artisti, che non sempre sono in grado di divulgare con la stessa efficacia con la quale comunicano. Nel caso della Street Art questo aspetto è ancora più centrale, poiché gli artisti tradizionali sono predisposti a lavorare in contesti predefiniti: gallerie d’arte, mostre, musei… Si aspettano un pubblico informato ed educato all’arte. Viceversa, le opere di strada vengono realizzate in luoghi non predisposti allo scopo, spesso in contesti disagiati, frequentati da persone non preparate. Street Art Umbria può visitare e valutare le opere sparse nella regione e comunicarne l’esistenza a un pubblico molto vasto, attraverso un linguaggio impersonale, ma facendo
attenzione alla cura dei dettagli.

Cavalli presso Attack Festival di Ericailcane a Foligno
Che cosa vedi nel futuro di Street Art Umbria, puoi darci qualche anticipazione?
Il futuro del progetto dipende dall’interesse che riuscirà a suscitare. Al momento l’idea sta
piacendo soprattutto negli ambienti legati all’arte, mentre il suo scopo principale è riuscire ad andare oltre. La pagina Facebook e il profilo Instagram stanno riscuotendo un moderato successo, ma è chiaro che il passaggio successivo sarà legato alla creazione di un sito web di riferimento. La catalogazione delle opere rimane lo scopo principale del progetto e in questo momento esistono numerosi strumenti adatti allo scopo, come per esempio Mappi-na, che però ha una connotazione nazionale e contenuti più allargati, quindi non ho ancora completato la mia cassetta degli attrezzi.
Alcuni anni fa realizzai un divertente progetto basato su Pinterest, si chiama Umbria in Pin e, ancorché molto interessante, ha subìto una trasformazione della piattaforma che ne ha di fatto decretato la morte. L’idea alla base del progetto era di far raccontare il proprio territorio dagli abitanti stessi, unici conoscitori dei contesti locali. Questo approccio può in parte essere ripreso per Street Art Umbria, arricchendo il progetto con punti di vista diversi. Altre idee verranNo fuori cammin facendo, soprattutto coinvolgendo gli artisti nel progetto, ma al momento le mie ambizioni si fermano qui; è tempo di prendere la fotocamera e andare in giro a catalogare.


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