domenica 1 settembre 2013

Città aperta di Teju Cole


Questo articolo è uscito sul blog Sul Romanzo.

Quando penso a New York la memoria sfoglia i versi di García Lorca, una scrittura limpida, trasparente, asciutta pur nella sua complessità simbolica, nella sua intricata, e per questo affascinante, matrice multiculturale che affonda le radici nei gitani dell'America Latina per poi rovesciarsi nella dinamica e intraprendente New York rappresentata ora dai negros di Harlem ora dalla solitudine del poeta che vive di ricordi e rimpianti, tentando di uscire dal fango nostalgico per costruire un presente nel quale possa trovare un ruolo e una collocazione. La vasta umanità di Lorca spinge a immaginare una città desolatamente vuota, dove il contatto viene raggiunto con fatica e dolore; una città che potrebbe dirsi piena di sé a tal punto da non lasciare spazio per nessun altro.
Questo pensavo di New York fino a quando non ho letto Città aperta di Teju Cole (traduzione di Gioia Guerzoni, Einaudi, 2013).

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