venerdì 12 luglio 2013

You who have everything, why you are so afraid?: Woman's Work di Francesca Borri



Woman's Work è un pezzo di grande giornalismo di Francesca Borri, giornalista italiana inviata di guerra già all'età di 23 anni quando, come ha raccontato, si trovava tra i fuochi della Bosnia. Per chi scrive di giornalismo, per chi prova a farlo, per chi ha già messo piede nel mondo dell'editoria e ha già avuto modo di conoscere quei meccanismi subdoli e spesso meschini che si celano dietro all'apparente cordialità, questo racconto non può lasciare indifferenti. E' la testimonianza di cosa significa vivere la guerra da giornalista con scarsi mezzi tecnologici e con tanta solitudine, vivere la guerra da donna che si trova a doversi confrontare con chi, nonostante tutto, ha il coraggio di dire “This isn’t a place for women”. 

Vivere la guerra perchè non ci sono altre alternative. Non c'è scelta: "People have this romantic image of the freelancer as a journalist who’s exchanged the certainty of a regular salary for the freedom to cover the stories she is most fascinated by. But we aren’t free at all; it’s just the opposite. The truth is that the only job opportunity I have today is staying in Syria, where nobody else wants to stay. And it’s not even Aleppo, to be precise; it’s the frontline. Because the editors back in Italy only ask us for the blood, the bang-bang. I write about the Islamists and their network of social services, the roots of their power—a piece that is definitely more complex to build than a frontline piece. I strive to explain, not just to move, to touch, and I am answered with: “What’s this? Six thousand words and nobody died?”.

Francesca usa parole dure, che spezzano l'incantesimo, se ancora qualcuno ci crede, su una professione che spesso fa rima con libertà: "But whether you’re writing from Aleppo or Gaza or Rome, the editors see no difference. You are paid the same: $70 per piece. Even in places like Syria, where prices triple because of rampant speculation. So, for example, sleeping in this rebel base, under mortar fire, on a mattress on the ground, with yellow water that gave me typhoid, costs $50 per night; a car costs $250 per day. So you end up maximizing, rather than minimizing, the risks. Not only can you not afford insurance—it’s almost $1,000 a month—but you cannot afford a fixer or a translator. You find yourself alone in the unknown. The editors are well aware that $70 a piece pushes you to save on everything. They know, too, that if you happen to be seriously wounded, there is a temptation to hope not to survive, because you cannot afford to be wounded."

E l'agghiacciante riflessione finale. Parole che rotte dall'emozione, dalla rabbia, dal bisogno di urlare una verità che spesso viene negata ai lettori: il prezzo da pagare per raccontare le storie dal mondo.

E quindi un invito a leggere l'articolo di Francesca Borri, a riflettere non tanto, come ho letto proprio pochi istanti fa, per aprire un dibattito sull'informazione quanto per ragionare su cosa significa essere giornalista freelance inviati di guerra, cosa significa vivere la guerra e la paura ogni giorno, ogni momento. E quell'ultima domanda, quell'urlo che vuole essere ascoltato. Ieri su twitter Francesca ha scritto, in risposta a un commento, "non voglio l'ennesima mail di solidarietà: voglio che parlate pubblicamente, diamine"


3 commenti:

Non posso che ringraziarti per avermi fatto riflettere su questo argomento.
Non capirò mai perché il lavoro del giornalista è costantemente sottovalutato.

Nemmeno io riesco a capirlo! Oltre al danno anche la beffa: non solo sottopagati ma anche costretti a scrivere delle mezze verità o qualcosa che ha poco a che vedere con la realtà perché l'editore vuole l'articolo che colpisce, quello con i morti e il sangue tipo film (e magari di serie b)

Esatto. Poi vorrei anche capire perché è la "notiziona" a vedere, vero è che alla gente piace il sangue e che sono in pochi a pagare per un articolo di vera analisi... vabbè!
Buona domenica cara! :))

Talk'n Tea - Il Blog di Greta Rauleac

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