lunedì 27 maggio 2013

Come Sylvia Plath mi ha affascinata



E' stato un verso tatuato su un braccio ad avvicinarmi alla poesia di Sylvia Plath. Durante l'adolescenza ero troppo scaltra per precipitare nella lirica palpitante della Plath ma ero, al contempo, una grande sognatrice per non inciampare, prima o poi, tra le sue poesie. E se durante il liceo il professore d'inglese ci regalò momenti meravigliosi grazie ai versi della Plath, quell'energia espressiva, quella profonda coscienza di sé, quel spasmodico e logorante bisogno di affondare le mani nel dolore, rimestare nella sofferenza per ricavare altra sofferenza, fu grazie a una ragazza di nome Silvia che scoprii cosa significa conoscere la Plath al di fuori dei testi scolastici. 

Ancora dopo anni di letture altalenanti, a tratti incostanti, spesso tardive, mi sembra di non conoscere abbastanza questa donna che ha scritto con la mente ricca e il cuore gonfio (era lei che citava, nei suoi articoli di giornale e nelle sue lettere, De Chirico, Gauguin, Goya, Klee, Picasso ed è sempre lei che parlava di "disperato amore del vivere", rubando le parole a Giovanni Giudici,  che corre sul binario parallelo a quello della morte, in un costante ossimoro che toglie il respiro anche e soprattutto a chi la legge) Ed io. Ignara della limpida profondità dei suoi versi, mi accostai alla sua poesia con la baldanzosa pretesa di carpirne il significato, di riuscire a combaciare le rime con i pensieri, di riempirmi la bocca con parole troppo grandi per la mia portata e tutto questo per il solo fatto che ammiravo, esteticamente, Silvia, la ragazza che si è fatta tatuare sul braccio un verso di Sylvia Plath.

Non credo che lei, Silvia intendo, l'abbia mai capito. Anzi credo proprio che non se ne sia neppure resa conto. E questa è la storia, bizzarra se volete, di come Sylvia Plath mi abbia affascinata.   


L’aspirante

Prima di tutto ce li hai i requisiti?
Ce l’hai?
Un occhio di vetro, denti finti o una gruccia.
Un tirante o un uncino,
Seni di gomma, inguine di gomma,

Rattoppi o qualcosa che manca? Ah
No? E allora che mai possiamo darti?
Smetti di piangere
Apri la mano.
Vuota? Vuota. Ma ecco una mano

Che la riempie, disposta
A porgere tazze di tè e sgominare emicranie,
E a fare ogni cosa che gli dirai,
La vorresti sposare?
E’ garantita,

Ti tapperà gli occhi alla fine della vita
E del dolore,
                                                                                                                                                                                                                                     Con quel sale ci rinnoviamo le scorte.
Vedo che sei nuda come un verme –

Un po’ rigido e nero, ma niente male,
Lo vorresti sposare?

E’ impensabile, in frantumabile, abile
Contro il fuoco e imbombardabile
Credi a me, ti ci farai sotterrare.

E adesso, scusa, hai vuota la testa
Ho la cosa che fa per te.
Su, su, carina, esci fuori dal guscio.
Ecco, ti piace questa?
Nuda per cominciare come una pagina bianca.

Ma in venticinque anni d’argento,
D’oro in cinquanta, potrà diventare,
Una bambola viva, sotto ogni aspetto.
Sa cucire, sa cucinare,
Sa parlare, parlare, parlare.

E funziona, non ha una magagna,
Qua c’è un buco, che è una manna.
Qua un occhio, una vera visione.
Ragazzo mio, è l’ultima occasione.
La vorresti sposare, sposare, sposare?

2 commenti:

Così Sylvia Plath affascina anche me :)

Sempre più cose ci accomunano, un abbraccio!

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