lunedì 4 febbraio 2013

Un Racconto. Lettere.




Jacopo sistemava la vetrina della libreria. La porta era a pochi passi. Avrebbe potuto avvicinarsi, fingere di spostare qualche libro e uscire senza che nessuno se ne accorgesse. 
Tagli di sole fra le chiome degli alberi. Panni stesi a creare lampi di luce abbagliante. Se chiudeva gli occhi Jacopo poteva anche immaginare la freschezza che si respirava correndo tra le lenzuola bianche. Com'era immenso il pezzo di mondo che vedeva dalla libreria. Fino a qualche mese prima s'immergeva nei flutti di luce, sorseggiando una tisana. Ora era carta straccia buona solo per accendere il fuoco. Al risveglio la morte nel cuore, gli occhi bruciavano perché a bruciare era la realtà tutt'attorno. Il caffè aveva il sapore delle cose smarrite, la doccia l'odore della solitudine. Se si guardava allo specchio non si riconosceva. 
Aveva imparato a schivare la gente, lo sguardo, l'alito, riusciva persino a evitare lo sfiorarsi delle giacche quando incrociava qualcuno sulle scale. Teneva la testa alta e lo sguardo fisso davanti a sé verso un infinito che, per quanto facesse paura, era più sostenibile della pietà che leggeva sul volto degli altri condomini. 
Via delle Fornaci 13. Cremona aveva uno sguardo livido. Jacopo non aveva più un auto così riprese in mano la bicicletta. All'inizio la cosa lo faceva vergognare, si sentiva nuovamente un liceale in bilico tra libertà e dipendenza da genitori che, suo malgrado, non sapeva per quale motivo dovevano essere proprio i suoi genitori. Con il tempo si abituò anche a questo, pedalando con la stessa convinzione con la quale scendeva le scale ogni mattina.  

Gambe muscolose, schiena impertinente, sguardo fiero. Angela aveva sbattuto la porta d'ingresso con forza, facendo vibrare a lungo la campanella. Non aveva posato gli occhi sui libri, come fosse cosa superflua, e gli aveva chiesto delle poesie. Jacopo le aveva consigliato Alda Merini. "Sta andando sul sicuro" – disse Angela.
Lui si sedette, nessun cliente lo aveva mai sfidato. "Beh, con Alda Merini si va sempre sul sicuro". 

Le mani e le gambe vanno da sole quando la mente non ragiona. Angela lo aveva capito. I soldi fra le dita affusolate. Jacopo le aveva sfiorate, quelle mani secche da bucato. Una donna d'altri tempi, avrebbe pensato la sera stessa. Una birra, una poltrona di velluto, un televisore acceso su un canale qualsiasi con un conduttore che emetteva parole qualsiasi. Rossana lo aveva lasciato quell'inverno, era stata veloce nel fare le valigie, un po' meno nel spiegargli che aveva conosciuto un altro, "uno con una posizione, lo capisci Jacopo? Non è uno che perde tempo con i libri. Oddio la cultura, ora non iniziare con la solita tiritera sulla cultura! Va bene tu sarai anche colto, ma io non ci faccio niente con la tua cultura. Guarda come viviamo! Guarda in che casa stiamo!" e con la mano aveva tracciato nell'aria un semicerchio. La linea oltre la quale lui non aveva più accesso. Scomparve dietro la porta, lasciandosi alle spalle un profumo di lavanda.

Il padre di Rossana gli aveva fatto un prestito, parecchi anni prima, quando loro giocavano a realizzare i sogni con i soldi dei genitori e l'Italia della bassa padana era un luogo dove ancora esisteva una parvenza di ordine e pulito. Erano gli anni Ottanta. Avrebbe dovuto saldare il suo debito non appena la libreria sarebbe decollata. Rossana voleva anche aprire una casa editrice, dandole lo stesso marchio della libreria. Si sarebbe occupata lei dell'ufficio stampa, mentre a Jacopo l'ingrato compito di scegliere quali libri pubblicare. L'aria e il sole avevano sgonfiato gli entusiasmi, Rossana era diventata improvvisamente spigolosa e anche i suoi progetti avevano rivelato buchi tappati con foglie marce. Le foglie si raggrinzirono. E caddero. 

Una parola inciampò tra i suoi pensieri, ma lui non ci fece caso, la scacciò come avrebbe fatto con una mosca sul naso. Jacopo pensò che avrebbe potuto essere la realtà che s'incaglia tra i ricordi restituendo un odore di abiti dismessi, lerci, di cose vissute. Alzò lo sguardo. Il fornitore aveva accatastato le pile di libri come fossero stracci vecchi. Forse è per questo che puzzano, pensò Jacopo. Lui continuò a sistemarli fino a quando una voce lo fece sobbalzare. Era Angela. Si chinò e lo aiutò a sistemare i libri negli scaffali. Lui non fece domande. "Sono entrata ma non c'era nessuno. Poi ho visto la porta dello sgabuzzino aperta e ho seguito le scale". Lui si limitò a sorriderle. Voleva ringraziarla anche se non sapeva per cosa. 
Quando ebbero finito lei si attardò davanti agli scaffali e iniziò a prendere libri e aprirli. Ci passava una mano sopra, li annusava e li riponeva. "Tu li hai mai annusati i libri freschi di stampa?" e senza aspettare risposta "sanno di macchina e inchiostro, sanno delle mani che li hanno toccati e dei magazzini dove hanno atteso".
"Cosa? Atteso cosa?" domandò Jacopo, come se gli fosse tornata improvvisamente la voce.
"Noi. Attendevano noi, e chi sennò? Tu non sembri proprio un libraio, sembri uno capitato qui per caso".
E se non fosse stata per quella frase, se non fosse stato per la sua esitazione davanti alla cassa prima di pagare un volume di Cortazar, forse Jacopo non l'avrebbe invitata a salire in macchina, forse non avrebbero ascoltato i Pearl Jam, e non avrebbero fatto l'amore in un albergo sulla provinciale per Cremona. Il corpo affusolato di Angela, i suoi movimenti morbidi, quella naturalezza a Jacopo così sconosciuta. Con Rossana l'amore era sempre stato un arrancare tra un gemito e l'altro, tra un sospiro e un bacio.
Dopo erano rimasti abbracciati ad ascoltare i camion sulla strada. E lui si accorse che l'unica cosa che voleva era la poltrona di velluto di casa e una birra ghiacciata.    

I loro incontri raggrinziti erano sempre stati velati da un cielo opaco. Le bugie erano carne da scaldare, erano labbra da mordere, succhi da eliminare. I loro incontri erano salati e non prevedevano effusioni d'amore. La parola amore era solo un pretesto per qualcosa di più grande. Qualcosa di impronunciabile. Jacopo era nauseato e al tempo stesso attratto da Angela. Lei rappresentava il punto dal quale ripartire, ma ogni volta che tentava di metterla a fuoco una parte del suo passato emergeva con tale violenza da scaraventarlo fuori da quella situazione.
Per Angela era diverso. Per Agela era tutto già scritto. Cuore di donna che non tradisce le proprie aspettative. 
Una domenica di luglio Jacopo si svegliò stordito, in grembo una bottiglia di birra vuota. Rumore di stoviglie. Per un attimo fu convinto che Rossana fosse in cucina a lavare i piatti della sera prima. La stanza sapeva di lavanda. Ma dalla cucina arrivarono le note di Just Breathe. Angela indossava una sua vecchia camicia, una di quelle che metteva per il pranzo della domenica con i gentitori di Rossana. “Finalmente ti sei svegliato. Mi sono permessa di scendere e fare un po' di spesa. Il tuo frigorifero piangeva” - una risata stridula.
Jacopo strabuzzò gli occhi.
“Ti ho comprato un cornetto e ti ho fatto un buon caffé. Ci vuoi il latte?”
“Angela! Che ci fai qui, Angela?”
“Mi hai invitata tu, ieri sera. Non ricordi?” 
“Ma come sei vestita?” 
“Avevo caldo, ma tranquillo non sono uscita così se è questo che intendi”
Jacopo si alzò, la fronte corrugata, le mani strette in due pugni. Angela era solo di passaggio nella sua vita, che cosa ci faceva in casa sua, quella mattina? “Vattene!”
“Che dici?”
“Ho detto di andartene” 
“Ma cosa ti prende...?”
Lui la prese per un braccio. “Togliti questa camicia, vestiti e vattene da qui!” le urla erano soffocate dalla rabbia. 

Le crepe facevano ormai parte dell'arredo, come gli scaffali, il tavolo di legno del suocero che non avrebbe più restituito, la vecchia scrivania, regalo della nonna prima di morire, e la cassa, in riparazione da anni. I libri avevano un'aria dimessa, anche lui sebrava un oggetto da arredamento messo lì per caso, proprio come Angela aveva detto alcune settimane prima. Le sue parole le ritrovava nei libri comprati, in quelli venduti e persino in quelli resi. Spesso ne apriva uno e sembrava di avvertire l'odore dell'inchiostro e della macchina, dei magazzini nei quali aveva sostato. Delle mani che lo avevano toccati. 
Vedeva Angela negli occhi scuri delle donne alla fermata del tram, nello sguardo fiero e incostante delle commesse dei negozi, nelle mani forti e generose delle donne al banco della frutta e verdura. 

Angela era stata sempre la donna di qualcuno ma non era mai stata la moglie di qualcuno. Si era illusa di poter diventare la nuova signora Angelelli. Angela sapeva di Rossana quel che i pettegolezzi avevano alimentato negli ultimi mesi d'inverno. E quello le bastava. Era entrata altre volte in libreria, prima di quel pomeriggio di fine giugno, ma non aveva mai preso iniziative, si era limitata a guardare Jacopo da lontano mentre leggeva il giornale, beveva una tisana, serviva qualche cliente pretenzioso o qualche bambino incuriosito più dalle immagini che dalle storie. Lo aveva osservato scendere più volte le scale e si era immaginata che giù avesse una cucina e un bagno. Credeva che vivesse lì dopo la separazione da Rossana. Poi scoprì la solitudine del suo appartamento in via delle fornaci 13. Decisa di accettare anche quello. Solo alle urla e agli strattonamenti non poté passare sopra. Il suo passato tornava a galla mentre Jacopo le urlava di andarsene, di uscire dal suo appartamento. Era stata cresciuta dallo zio. La sera sua madre la chiudeva in stanza perchè diceva che in giro c'erano gli uomini cattivi. Ma Angela ormai aveva dodici anni.

Quando fu chiaro che Angela era scomparsa dalla sua vita, Jacopo riprese a farsi cullare dalla monotonia del suo tempo. I libri da sistemare, la vetrina da rifare, gli sconti. La sera una birra davanti al televisore acceso su un canale qualsiasi. Jacopo non ascoltava più. Non ascoltava neppure i clienti o il distributore. Forse aveva ragione Rossana, lui non è un tipo da rapporti sociali, doveva stare lontano dalla gente. “Avresti fatto meglio a vivere per conto tuo, a dirmi subito che eri così. Mi hai solo fatto perdere del tempo Jacopo. E ora guardati, a quarant'anni passati ancora vesti come un sedicenne e mangi patatine la sera a cena. Ma come potevi pensare che sarei rimasta con te, per sempre?”

Una bambina saltava la corda, bagnata dalla luce di un settembre distratto. Il padre poco distante la guardava mentre cercava di potare la siepe. La bambina si sentiva la regina di quel pomeriggio e il suo re la stava osservando. Ma gli occhi del padre erano stanchi, cercavano di dimenticare la nostalgia, tagliandola insieme alle foglie. Jacopo era sulla soglia della libreria, stava sistemando la vetrina quando incrociò gli occhi di quel padre. E in quel volto tormentato riconobbe se stesso. Aprì la porta, fece per uscire, voleva che smettesse di tagliare, non erano foglie, erano gocce di sangue, era il suo sangue. La sua vita stava perdendo energia ad ogni sforbiciata. 
“Jacopo, questa mattina ho roba per te”
Il postino si fermò dinanzi a lui.
“Che hai?” Jacopo guardava la siepe. Non c'era più nessuno, il giardino era vuoto.
“Bollette, bollette, bollette... e questa”
Scorse il suo nome. Una calligrafia incerta, quasi temesse di rovinare la busta.
Fu così che iniziò a ricevere lettere da Angela quasi ogni giorno. Sembravano le sue memorie. Scriveva della sua infanzia, dello zio, della madre e dello zio, della camera da letto, dei libri che leggeva, dei libri che l'avevano salvata, dell'amante, il primo e poi di tutti gli altri. Sembrava che scrivesse per se stessa e solo per sbaglio le lettere finivano tra le mani del postino, nella buca delle lettere di Jacopo e poi tra le sue mani. 

Con il tempo il numero di lettere diminuì fino ad arrivare a una o due a settimana ma tanto bastava per ravvivare quel candido linguaggio d'amanti, più forte delle notti trascorse insieme, delle lacrime, della rabbia. Jacopo le leggeva la sera, una birra in mano e il televisore spento. Aveva bisogno di sentire l'odore dell'inchiostro, della carta scritta, immaginare Angela mentre scriveva, con quelle mani secche da bucato.




Questo racconto nasce da un'iniziativa di Valentina Bertani

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