sabato 9 febbraio 2013

Giovanni Leto: raccontare la vita


Dunque Dunque. In questi giorni il freddo, la febbre, i malanni vari mi hanno costretto a letto ed è una visione abbastanza pietosa quindi ve la risparmio. Tra un tè caldo e l'altro, ho avuto modo di riscoprire le opere di Giovanni Leto, la matassa intricata di emozioni che si sprigionano dalle sue tele.

La ricerca di Leto è affascinante perché affonda nella fenomenologia dell'essere umano, nella ricerca incessante di una qualche forma di evocazione visiva. E' il suo racconto che mi ha rapita, la decisione, estremamente coraggiosa, per una società bigotta come la nostra, di mettersi (e mettere) al centro sé e l'altro. 

La sua spiritualità, memore di un'avanguardia recente ma comunque legata al passato di un'altra generazione, risente si uno slancio culturale dove pop e arte povera scavano tra le "macerie della civiltà, che prendono una forma indistinta, sembrano ritornare quasi alla preistoria, assumendo la faccia della terra di nessuno, della assenza dell'uomo stampata negli orizzonti con tante schegge di sua passata e consumata presenza" (Marcello Venturoli, dal catalogo Giovanni Leto ovvero le terre di nessuno 1985).

La stratificazione, l'accumulo, il senso di manipolazione, rimodellare, impastare dare forma è questo che mi ha incuriosita, che mi ha fatto riscoprire un nuovo modo, per l'Italia degli anni Ottanta (periodo in cui Giovanni Leto ha dato alla luce le sue opere) quanti modi ci siano per raccontare la vita.




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