sabato 26 gennaio 2013

Da Calvino a Keret: per una scrittura di successo


Da piccola avevo un amico immaginario. Un senza nome che mi ascoltava, rispondeva, mi aspettava quando uscivo di casa per andare a scuola, a lezioni di ginnastica, oppure a catechismo. Al mio rientro lo trovavo addormentato sul letto. Allora aprivo piano l'armadio per non svegliarlo, mi mettevo il pigiama e andavo vicino a lui. Erano rare le volte che saliva in macchina per venire a scuola con me. Era bello avere qualcuno che mi aspettava e che perdeva tempo ad ascoltarmi. A volte i genitori si dimenticano che i figli vanno anche guardati negli occhi. E ascoltati. 
Quando ho capito che il mio amico Senza Nome era di troppo a tavola, quando i miei compagni di classe hanno iniziato a schernirlo ho pensato di lasciarlo andare. Avrebbe trovato sicuramente qualche altro amico cui dare la mano. Quindi ho iniziato a scrivere le cose che raccontavo a lui. E il mio amico Senza Nome ha assunto la forma di una pagina bianca. 

Sono cresciuta leggendo. La lettura mi ha portata alla scrittura. Ne parlavo qui. Sono cresciuta pensando di evadere leggendo e di scrivere per evadere. Le due cose si compenetrano, in che forma e in che modo non mi è dato sapere. Almeno per adesso. Quando ho scoperto Italo Calvino ho imparato ad apprezzare ancor di più la forza della parola (sull'argomento potete dare un'occhiata a questo post). "L'unica cosa che vorrei poter insegnare è un modo di guardare, cioè di essere in mezzo al mondo. In fondo la letteratura non può insegnare altro". Questa è una sua frase alla quale sono molto legata tant'è che l'ho citata recentemente parlando proprio di scrittura, passioni e cose belle della vita. 

Altra puntata di Scrivere nel 2013. Per spiegare cosa significa la frase di Calvino riportata sopra mi sento di poter ripetere quanto detto alcune settimane fa: "scrivere la vita, le passioni, i sentimenti più aggrovigliati è cercare di cogliere uno sguardo fra mille sguardi, un modo di pensare altro, un punto di vista oltre quello che già conosciamo. E' gridare alla libertà. Questo e non altro è quello che ho cercato di fare da quando ho tra le mani questa miniera di pensieri e riflessioni, questo blog".  Aggiungerei, oltre al blog, tutto ciò che ho scritto, pubblicato e non, fino ad oggi, trattasi di racconti, romanzi, articoli di cronaca o di cultura, approfondimenti, dossier.  E a proposito di libertà scrivevo: "educare alla verità come garante della libertà significa educare a una specifica umanità e, quindi, alla crescita e alla forza umana di ogni singolo individuo (...)". 

Una delle cose che amavo fare da bambina, immersa nel piacevole tedio della pianura, era gettare sassi nel fiume e osservare il propagarsi dell'ondulazione dell'acqua. Potevo stare sulla riva anche tutto il pomeriggio fino a quando il tramonto non mi risvegliava dal torpore infantile. Non sono stata educata ai rapporti umani, forse è anche per quello che amo la solitudine tra le cose solo mie o tra le persone solo mie. E forse è anche per questo che trovo conforto tra le fitte trame formate dalle parole, tra gli intrecci casuali creati dalla forza della letteratura. Sono emozioni primitive che squarciano il cuore e colpiscono dove altri non hanno mai avuto il coraggio.  

Scrivere è mettersi le dita nel naso. Lo dice Etgar Keret e credo che mai nessuno abbia detto una verità così sfacciatamente spietata. "Anche se scrivere al bar suona romantico, avere altra gente attorno a te ti rende conformista, che tu te ne accorga o no. Quando in giro non c’è nessuno puoi parlare da solo o metterti le dita nel naso senza problemi. Scrivere è mettersi le dita nel naso, e in mezzo alla gente la cosa non viene naturale" (la traduzione è di Cognetti, l'intero articolo di Keret invece lo trovate qui). Quella di Keret è solo una delle dieci regole, se così le posso definire, che tracciano il cammino per una scrittura di successo. Keret parla anche dell'amore verso i personaggi descritti, del piacere della scrittura, delle svolte della trama, dello stile che ogni scrittore dovrebbe adottare, uno stile unico e, a suo modo, inimitabile. E alla fine Keret parla anche dell'anticonformismo e di quanto sia piacevole parlare da soli o mettersi le dita nel naso quando si scrive in totale solitudine. Questo decalogo l'ho appeso alla porta della mia camera da letto. Trovo che ci sia tutto quello che ho sempre fatto e tutto quello che non ho mai avuto il coraggio di fare.  

Le dita nel naso, ad esempio, è una delle cose che non faccio dai tempi della scuola materna. 

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