venerdì 29 giugno 2012

Dig.it 2012. Qualità dell'informazione e ruolo del pubblico nel panorama giornalistico digitale

"La quantità dell'informazione disponibile sta crescendo vertiginosamente, con i media sociali, internet, la digitalizzazione e la crescita della velocità di accesso ai contenuti che si trovano in rete. Il fatto è che internet ha reso enormemente meno costoso pubblicare" osservazione puntuale che, di recente, Luca De Biase ha approfondito osservando la situazione da una precisa angolatura: il filtro  qualitativo e il ruolo attivo del pubblico. Ruolo che è andato mutando, nel corso degli ultimi anni, soprattutto per effetto dell'imponenza dei media sociali i quali hanno accresciuto la consapevolezza delle potenzialità del pubblico, in campo informativo, e stimolato allo spirito critico.

Se, nell'epoca analogica, i cittadini erano abituati (ma potrei dire anche educati) a leggere e ascoltare notizie di cui si conosceva poco o quasi nulla, nell'epoca digitale la libertà di stampa, sdoganata e rinnovata, ha portato a conoscere notizie provenienti da tutto il mondo ad una velocità esorbitante, anticipando quindi le autorità culturali classiche. Possiamo dire allora di saperne abbastanza su una notizia, un argomento o una determinata situazione di cui abbiamo letto numerosi articoli? A questo proposito David Weinberger osserva la profonda distinzione tra conoscenza più o meno buona e vera Conoscenza.

L'ecosistema informativo, alla luce della sua complessità, quali cittadini sta educando e attraverso quali strumenti e strategie? The Economist ha pubblicato i risultati operativi del gruppo relativamente al periodo 2011-2012 evidenziando uno scenario positivo e in controtendenza rispetto alla situazione generale. Pier Luca Santoro ha analizzato i dati osservando che "la massa intelligente c'è e funziona" e questo è il frutto degli sforzi giornalistici e imprenditoriali di un gruppo che ha puntato sulle "crescenti vendite della testata a livello internazionale, sia su carta che nei formati digitali" e sulla "specializzazione e distintintività nella produzione di contenuti di interesse per un pubblico qualificato, ed interessante per gli investitori pubblicitari, ma non ristretto".

Nonostante la molteplicità caratteriale presentata dallo scenario informativo attuale, John Lloyd ha parlato recentemente della mancanza di figure giornalistiche specializzate "in grado di raccontare i grandi drammi dell'occupazione che stanno interessando le classi lavoratrici di tutto il mondo". Questa appare una grave carenza soprattutto se messa a confronto con la necessità e l'urgenza di raccontare e documentare, senza inutili faziosità e prese di posizione, quei settori troppo spesso dimenticati oppure, nel peggiore dei casi, strumentalizzati.

Le prospettive che stanno nascendo in campo giornalistico e informativo non devono essere respinte o guardate con sospetto, ma accolte e soprattutto capite. Capirne il funzionamento per meglio utilizzarle (e in questo The Econimist è un ottimo esempio). Dopotutto lo sperimentalismo linguistico che è in atto sulla rete, grazie proprio ai social network, è sinonimo di profondo rinnovamento culturale che investe anche le giovani generazioni. Tuttavia l'ingente proliferazione di informazioni e materiale letterario è un aspetto che ho voluto sottolineare senza, però, trarne conclusioni catastrofiche.

Dig.it sarà l'occasione, la prima occasione tutta italiana, per iniziare a raccogliere la sfida del digitale, discutendo e cercando di dare risposte a molte delle questioni sollevate fino ad ora. Il 4 e il 5 luglio a Firenze si concentrerà l'attenzione sul giornalismo digitale e sulle nuove possibilità che stanno nascendo nel settore informativo. Qualcosa di concreto si muove, anche in Italia.

giovedì 28 giugno 2012

Il giornalismo digitale si incontra a Firenze. Dig.it: nuovi modelli economici, nuove professionalità, nuova cittadinanza

Tra qualche giorno sarò a Firenze per assistere all'incontro nazionale dedicato al giornalismo digitale (4 e 5 luglio - Auditorium Santa Apollonia). 
L’Associazione Stampa Toscana in collaborazione con Digiti, Lsdi, con il patrocinio della Regione Toscana, della Provincia di Firenze e dell’Università degli Studi di Firenze organizza il primo evento nazionale dedicato al giornalismo digitale in Italia. Dig.it – Giornalismo digitale: nuovi modelli economici, nuove professionalità, nuova cittadinanza farà il punto sulle trasformazioni in atto nel mondo dell’editoria e del giornalismo online e nel rapporto fra informazione e società.



Tra gli ospiti vorrei ricordare: Giuseppe Granieri, Luca De Biase, Pierluca Santoro, Massimo Mantellini, Mario Tedeschini Lalli e Guido Scorza. 

Per chi volesse seguire l'evento, su twitter (@SaraDurantini) di tanto in tanto aggiornerò la situazione (non aspettatevi però tweet compulsivi, sono emozionata all'idea di poter seguire i dibattiti e voglio avere il massimo della concentrazione :-) ). Durante le serate invece pubblicherò (il più dettagliatamente possibile) tutto ciò che ho ascoltato, visto, percepito, ciò che mi ha incuriosito e ciò che mi ha lasciata perplessa.

Per maggiori informazioni sul programma, gli ospiti, i panel, le tematiche clicca qui

Il surrealismo magico di Tomasz Alen Kopera


L'eleganza evanescente fluttuante nel limbo, la dicotomia metafisica tra l'essere umano e la natura, la lotta, sanguigna ed estenuante, la forza, il potere, il dolore, la volontà e il desiderio. L'arte di Tomasz Alen Kopera è un mosaico di interpretazioni che ruotano attorno al surrealismo magico, più livelli di lettura si possono intravedere nelle sue opere, ed ognuna apre un mondo, favolistico e immaginario, in cui i miti e leggende si fondono con la tradizione artistica polacca (la terra d'origine di questo artista) e la complessità storica irlandese, dove attualmente vive. 

Tomasz Alen Kopera presenta una pittura metafisica specchio di un'arte interiore e cerebrale, distintiva tanto nel segno quanto nel contenuto. Nei suoi quadri i corpi umani si incontrano e si scontrano con la natura, la stessa si fonde con i corpi, li lega a sé fondendosi in movenze plastiche spezzate dall'energia del corpo. E' una lotta rabbiosa, una guerra efferata, quella tra l'umano e la natura, una ricerca che si risolve in uno stravolgimento emotivo, in un pastiche artistico in cui gli elementi provengono dall'immaginario e dall'interiorità dell'artista polacco. 

Ascoltando le parole di Kopera le sue ispirazioni derivano da "una natura umana e dai misteri dell'Universo". La battaglia tra umano e natura, tra le tenebre e la luce, non rivela vinti e vincitori. Tuttavia la mente acuminata Tomasz Alen Kopera stimola la riflessione, frugando nelle nostre più recondite conoscenze filosofiche e scientifiche. 






mercoledì 27 giugno 2012

Intervista: David Vecchiato (Diavù). I lavori fumettosi e le influenze del graffitismo


La piroettante fantasia di David Vecchiato (Diavù), trascina in un vortice immaginario, in una realtà traslata da una mente brulicante di idee fumettistiche, una visione dell'arte che attinge all'underground e ai graffiti. Romano d'origine ma cosmopolita d'adozione, David Vecchiato è un artista che ama l'arte in ogni sua forma e la difende facendosi spazio tra il rumore di fondo creatosi negli ultimi anni attraverso il web. La miriade di lavori e progetti ai quali ha partecipato (e parteciperà) sono caratterizzanti di una mente poliedrica, instancabile e animata dalla passione, una mente che riesce a trasporre, con un vago retrogusto pop, la realtà circostante.

1) Cosa ti ha spinto ad avvicinarti al pop surrealism e cosa ti attrae in particolare di questo movimento artistico?

Non mi attrae per niente, anzi mi sta pure antipatico ultimamente il Pop Surrealism, con tutti quegli occhioni e quel mescolare bambolette e sangue mi sembra diventato una terapia di gruppo. Però sono consapevole che come etichetta ha un suo senso dal punto di vista della critica e so di starci dentro con tutte le scarpe, ma questo non dipende da mie scelte stilistiche o di genere, ma dal fatto che sono cresciuto artisticamente con le stesse influenze dei miei colleghi d'oltreoceano che hanno dato il via a questa corrente. Quando esponevo i miei quadri e i miei fumetti al Leoncavallo o al Forte Prenestino negli anni 90 e quando mostravo i miei lavori "fumettosi" alle gallerie che li evitavano come la peste perché troppo ispirati da culture pop o cosiddette "basse", tanti altri artisti facevano lo stesso in altre parti del mondo. 
Riconosco inoltre che questi immaginari includono molti più stili e ricerche artistiche di quelli che citavo prima, ovviamente, e sono anzi l'espressione visiva più prepotente e più semplice dei segnali del tempo in cui si sta vivendo. 
Ma io non guardo e non ho mai guardato ai pop surrealisti, sono troppo vecchio, io ho guardato agli immaginari underground e ai graffiti.


2) Artista e curatore delle mostre alla galleria MondoPOP di via dei Greci a Roma (tra l'altro MondoPop è un tuo progetto insieme alla gallerista Serena Melandri). Ma di te si legge anche che sei musicista, fumettista e articolista. Quale ruolo prediligi e come gestisci questa pluralità di passioni?

Non ne faccio una questione di ruoli né mi azzardo a gestire le mie passioni che sarebbe come pretendere di cavalcare tigri. Sono un artista, è un mestiere che ingloba tutto il resto. Diceva Warhol che una macchina da presa in mano non faceva di lui un regista, era comunque un artista ma con la cinepresa in mano. Quando un artista visivo si appropria di una nuova tecnica così come di un nuovo linguaggio, pittura, scultura, cinema, fumetto, moda, design, musica o programmazione web che sia, quel linguaggio e quella tecnica entrano da quel momento a far parte della sua ricerca stilistica. Io disegno da quando ho preso la prima matita in mano, scrivo canzoni fin da quando ero ragazzino, ho pubblicato un cd nel 2000 e poi mi sono occupato di colonne sonore, pubblico fumetti ed espongo le mie opere dagli anni '90, curo mostre ed eventi artistici da circa cinque anni. 
Gli articoli che scrivo e le interviste che faccio per La Repubblica XL o per altre riviste sono un discorso a parte. Scrivo perché mi ritengo fortunato per gli spazi di visibilità che mi vengono offerti e, siccome so quanto sia difficile essere visibili da un ampio bacino di utenza, col mare immenso di internet che sforna novità ogni secondo, allora mi piace promuovere "in grande" ciò che per me merita di essere conosciuto e apprezzato. Il gusto di condividere conoscenza l'ho sempre coltivato e da questo gusto ha spiccato il volo anche il progetto MondoPOP, che è una art agency ma anche una galleria d'arte, nata per sopperire a quella mancanza di gallerie che ho sofferto io stesso con molti miei colleghi per tutti gli anni '90 e i primi anni del 2000. Sono passati solo 5 anni ma sembra un secolo perché ora sono in tanti ad apprezzare e ad imitare quegli immaginari newpop che prima nessuno metteva in mostra. So che abbiamo contribuito anche Serena e io col progetto MondoPOP a questa diffusione, e ne sono contento, però ti dico che in Italia manca ancora il giusto supporto di critici, riviste d'arte e curatori a dare la giusta credibilità agli occhi dei collezionisti e delle istituzioni artistiche a correnti come l'Urban Art e il Pop Surrealism.


3) Parlando del tuo modo di fare arte mi vengono in mente tre concetti: libertà, provocazione, ironia. E' esatto definirla in questi termini? 

Può darsi, vediamo. Se libertà, come cantava Gaber, è partecipazione allora si. Mi piace partecipare alla vita pubblica in un certo senso, ovvero mettere mani, avambracci e braccia nella merda, non mi ci vedo a pontificare a distanza o ad accodarmi a polemiche e chiacchiericci dal calduccio di casa mia, dalle pagine web di un social network, da quelle cartacee di un giornale o cogli amici al bar. Quella non è libertà, quella è una catena rassicurante. 
Se poi con "ironia" intendi osservare e canzonare con distacco queste e altre nostre gabbie quotidiane allora si. Non sono uno granché allegro io, ma ironico si. Scherzo leggero sulla morte, sulla religione, sulla follia, su qualsiasi cosa riguardi l'umano che trovo così comico di per sé. Alcuni amici (e colleghi artisti) mi prendono in giro sostenendo che il Giorno del Giudizio io sarò là, serafico, a cazzeggiare e a finire il mio disegno sulla tovaglietta del tavolo dell'osteria mentre tutti scappano gridando per l'Apocalisse. Ma che scappi a fare? Goditi lo show e finisci il vino piuttosto, che è peccato buttarlo.
La "provocazione" non la cerco, ho smesso di farlo anni fa, ora è lei che cerca me semmai. Allora può diventare provocazione una semplice opinione fuori dal coro, che se viene espressa con un linguaggio artistico provoca una reazione. Ma d'altronde io credo che maggioranza sia sinonimo di prepotenza e molte opinioni considerate normali dai più provocano me e la mia idea di mondo, quindi la soluzione è sopportarci a vicenda senza farci la guerra, no?

4) Quali sono le tue fonti di ispirazioni?

Qualsiasi cosa. Ogni argomento può ispirare un'opera d'arte e mi rendo conto che a me piace mescolare influenze che provengono da culture "basse" con altre che arrivano da culture "alte" e, come dei cocktail o dei collage, vedere cosa vien fuori. Non so, per esempio usare la carta del Purgatorio di Dante per dipingerci delle finte pubblicità, piuttosto che prendere una cartolina anni 70 di buon compleanno o buon onomastico e riprodurre il bambino che c'è sopra in maniera barocca ma peloso come un piccolo Chewbecca, o ancora dipingere la Mona Lisa sulla superfice di un toy gigante rendendola così tridimensionale. Mi attrae il paradosso, e porto io stesso all'estremo certi concetti apparentemente contrastanti "per vedere l'effetto che fa", come cantava Jannacci.

5) A cosa non potresti rinunciare?

A disegnare, alla mia musica o, più in generale, non rinuncio alla gestione del mio tempo. Ho sempre perso le staffe quando qualcuno ha preteso di comprare e pianificare il mio tempo ottenendo da me obbedienza. Nel mio scrigno del tesoro non ci sono soldi né beni materiali, c'è il mio tempo e ci sono i miei amori e le mie passioni.

Street Art New York City e San Francisco: uno sguardo oltreoceano

Dopo la rassegna Street Art Europa (puoi vedere qui ma anche qui) ecco uno sguardo alle ultime tendenze che provengono dagli Stati Uniti.


New York City. Opera dello street artist Eduardo Kobra.


San Francisco. Opera dello street artist Herakut.

Fonte: streetartutopia.com

Il carteggio inedito tra Massimo Bontempelli e Giuseppe De Robertis (parte terza)


Clicca se vuoi leggere la prima parte o la seconda.
Oppure vai direttamente alla quarta parte

Massimo Bontempelli e Giuseppe Bottai



La seconda lettera scritta da Massimo Bontempelli a Giuseppe De Robertis risale al 10 luglio del 1943 è rappresentativa della personalità imponente e onnipresente di Bontempelli nel Novecento in veste di scrittore, saggista, giornalista ma soprattutto "non-critico". Nella lettera si legge quanto segue:

"Mio caro De Robertis, sai la piccola diatriba tra quelli che ogni tanto mi pregano di scrivere di pittura e scultura e io che, a piena ragione, mi rifiuto proclamandomi incompetente. Qualche volta finisce che prevale il loro cinismo perciò in Avventura Novecentista c'era un gruppo di versi (dal '26 al '38) che sotto la regione Sconfinamenti parlano di arte".

Lo dice a denti stretti Bontempelli, quasi fosse qualcosa che non gli appartiene. E difatti è così. Già in una lettera del 1926 indirizzata Giuseppe Bottai, pubblicata in Critica fascista (lo stesso anno in cui uscì il primo numero dei Cahiers du '900) con il titolo L'arte fascista,  Bontempelli sostiene che l'arte non può servire a scopi celebrativi e mostrandosi pronto ad accogliere la tesi della corrispondenza funzionale tra il periodo storico e il prodotto culturale insito nello stesso. Nell'articolo Seicento, scritto e pubblicato da Bontempelli nel 1922 all'interno della rivista Valori plastici (che riveste un ruolo di estrema importanza in quanto terreno di incontro tra la tradizione pittorica nazionale e la  cultura internazionale. Nel corso dei mesi e durante le collaborazioni tra artisti e critici, matura un desiderio e una curiosità di riscoprire l'arte rinascimentale italiana come momento d'oro, autentico e rappresentativo dell'arte pittorica italiana) il "non-critico" comasco individua nella avanguardie la causa che ha portato alla scomparsa del barocco. La provocazione è lampante, la sagacia attraversa l'intero articolo e l'arringa difensiva si disvela prima ancora che il lettore possa accorgersene: Bontempelli dichiara di essere "incompetente in questa materia" e quindi ogni considerazione può essere giudicata come una pretenziosa presa di posizione da parte di ua persona che non conosce la questione. 

Ed è proprio la sua "incompetenza" che mi affascina e mi turba più di ogni altra cosa. Parlo proprio di turbamento, perché mai come in questo caso vi è stata parola più azzeccata. Bontempelli, fin dagli anni Venti-Trenta si dichiara spassionatamente e orgogliosamente incompetente in materia artistica e continuerà a tenere questo atteggiamento negli anni a venire tanto che, nella seconda lettera del carteggio con Giuseppe De Robertis parla della continua "diatriba" con coloro che vogliono che scriva di pittura e scultura. 

Eppure la sezione Sconfinamenti, che si apre con una breve trattazione riguardante il rapporto tra scrittore e musica, ammettendo che "a un certo punto della mia maturazione, io fossi tratto a tentare la composizione musicale", rivela tutt'altro che incompetenza e impreparazione sulla tradizione artistica italiana. Nella musica "il simbolo è stato fin dall'inizio assorbito nella cosa simboleggiata" divenendo quindi "la materia" stessa da trattare, "in questo senso alla musica non si può paragonare che l'architettura". 

L'architettura, "ritratto dello spirito di un'epoca", immagine dell'uomo virile che non deve (e non può) vivere "negli sciami di ridicoli villini liberty", è l'attività che, similmente alla musica, offre grande libertà allo scrittore. Le stesse idee sono state ampiamente discusse in un articolo apparso su Gazzetta del Popolo nel 1931: l'architettura, così come tutto lo scibile umano, affonda le sue radici nell'Occidente, declassando l'Oriente come una colonia da cui prendere le distante (su questo argomento una ricca testimonianza è rappresentata dalle lettere, pubblicate ne L'Avventura Novecentista, tra Bontempelli e Ugo Ojetti, il quale, si dimostra contrario alla testi di Bontempelli prendendo le distante dal collega sia come giornalista sia come critico d'arte).

Nella seconda lettera del carteggio inedito tra Massimo Bontempelli e Giuseppe De Robertis si legge la reale intenzione di Bontempelli circa la sezione Sconfinamenti:

"Ho pensato di raccogliere quegli scritti e farne un volumetto per i Quaderni, come da tanto tempo avevo promesso a te e confermato all'amico Paletti. Qui ti scrivo l'indice del libro".

Nella parte sinistra della lettera si legge, all'interno di un rettangolo bordato, l'indice del libro edito da Neri Pozza nel 1950 con il titolo Appassionata Incompetenza. Non si tratta di ridondanza, il termine incompetenza è il fulcro della personalità di Bontempelli, è la ragione d'essere del realismo magico, la nuda carne che si riscalda alla luce delle fulgide visioni bontempelliane in cui tutto è causa e conseguenza al tempo stesso, la correlazione tra gli avvenimenti si dispiega agli occhi del non-critico comasco trascendendo la realtà materiale, percepibile e palpabile e penetrando in un luogo altro, in una realtà altra, in cui la storia e la cultura, la storia e l'arte si fondono, giocano, si sostengono l'una con l'altra delineando i contorni di quello che viene definito da Bontempelli come "un realismo preciso, avvolto in un'atmosfera di stupore lucido".

Nota: Tutto ciò che è riportato in corsivo, ove non specificato, è tratto da L'Avventura Novecentista di Massimo Bontempelli, edita da Vallecchi nel 1938.

martedì 26 giugno 2012

New York City, Spring 2013: The water tank project



THE WATER TANK PROJECT è un progetto artistico e culturale di grande valore che si svolgerà a New York City nella primavera del 2013. Il progetto coinvolge tutti i settori dell'arte e sostiene una giusta causa: l'acqua come bene prezioso. Guardate il sito e avrete un'idea della bellezza di cui sto parlando. Ho scoperto questo progetto tramite @cristianaraffa che su twitter ha richiamato l'attenzione sul fatto che il progetto sta cercando fondi.

Questo quanto si legge sul sito The water tank project:


Word Above the Street presents THE WATER TANK PROJECT, a landmark public art initiative focused on raising attention to Water as a precious resource.

For twelve weeks during the Spring of 2013, rooftop tanks in New York City will be transformed into works of art by established and emerging figures in art, music, science as well as New York City public school students.

This production will redefine the skyline across all five boroughs and reach millions around the world through the super technology of Apps, social networking and online multimedia too.

Il surrealismo favolistico di Begemott

E dalla Francia, voliamo oltreoceano incontrando le illustrazioni di Begemott. Potete farvi un'idea del tipo di artista leggendo e guardando il suo profilo di deviantart. Premetto: alcune illustrazioni riportate nel suo profilo toccano, secondo il mio modestissimo parere, un immaginario fortemente surreale, un surrealismo estremo e vagamente illogico che immagino abbia valenze simboliche e archetipiche di grande valore ma comunque disturbanti sia su un piano estetico sia su un piano contenutistico. Tuttavia ho apprezzato e riportato le illustrazioni dove il surrealismo e l'ambientazione favolistica indirizzano l'osservatore alla riflessione ma anche allo stupore e alla meraviglia. Trovo che Begemott attinga da un immaginario sfaccettato e trasfigurato in continua tensione tra fantasia e realtà. Questo è ciò che penso dell'arte di Begemott, se anche voi vi siete fatti qualche idea potete usufruire dello spazio per i commenti.







Zazie dans le métro di Raymond Queneau: ora un fumetto di Clément Oubrerie


La produzione letteraria e poetica di Raymond Queneau si sviluppa lungo l'asse dell'autonomia culturale che lo ha portato a sfiorare il surrealismo (con la conseguente presa di posizione radicale, se vogliamo, sull'arte come fenomeno intellettuale radicato in precisi algoritmi matematici, sistemi sui quali lui stesso ha maturato le sue idee tanto da fondare, nel 1960, l’OuLiPo) e l'esistenzialismo senza mai aderirvi pienamente. La forza emotiva e la complessità letteraria dell'opera di Queneau proviene proprio dall'impossibilità di definire la sua vasta produzione, la quale, di conseguenza si presta a molteplici interpretazioni e rappresentazioni. 

Ho trovato particolarmente elegante e umoristica la rielaborazione fumettistica di Zazie dans le métro di Clément Oubrerie edito da Rizzoli-Lizard nel 2011. Se l'umorismo è caratteristica peculiare della scrittura di Queneau nell'opera Zazie dans le métro, in cui il linguaggio si basa su una fonetica ritmica e incalzante testimonianza di una lingua che stava rapidamente mutando sotto gli occhi increduli dello stesso autore, Clément Oubrerie ha saputo conservare questi aspetti arricchendo la graphic novel con illustrazioni vivaci e colorate, in cui la resa visiva esalta  l'aspetto estetico e supporta un contenuto di grande impatto letterario ed umano.

Le inquadrature angolari, l'alternanza di luci e ombre, i particolari dei personaggi, la loro presenza "scenica" e la prorompente vitalità coinvolgono il lettore proiettandolo nel turbinio emotivo di eventi e incontri dove Zazie gioca con il tempo che ha a disposizione. Più livelli di lettura sono possibilmente rintracciabili nell'opera di Raymond Queneau, reinterpretata magistralmente da  Clément Oubrerie tanto che i vari livelli vengono anch'essi riscoperti attraverso le illustrazioni del giovane fumettista. 

Riletto alcuni anni fa come preparazione ad un esame di letterature comparate con il prof. Giulio Iacoli (Università degli Studi di Parma), Zazie dans le métro (di cui vidi anche il film) mi appassionò  tanto da riprenderlo in mano più volte negli anni successivi. Dopotutto come dimenticare l'innocente  impertinenza di una ragazzina curiosa e smaniosa di vedere quello che per lei era il simbolo della città: il métro? Il fumetto di Clément Oubrerie mi ha riportato indietro di qualche anno e mi ha lasciato con un dolce ricordo tra le mani.

lunedì 25 giugno 2012

Potere alle parole: riflessioni sulla lingua italiana


La voracità linguistica di Gadda apre una riflessione sulle attuali lacune della lingua italiana. 
Sembra un'affermazione lapidaria che mira a descrivere una realtà crudelmente menomata. In parte è così ma c'è molto di più. La riflessione è nata in seguito alla lettura dell'articolo di Sergio Zavoli, Se le parole non parlano, pubblicato nell'inserto culturale di domenica 24 giugno de IlSole24ore. Zavoli ha scritto un interessante articolo sullo stato della lingua italiana nell'era digitale (se così posso permettermi di riassumere) asserendo che "il computer ha già trasformato la parola in un impulso elettronico dovuto allo sviluppo della produzione serializzata" e, sulla base di questo, Zavoli scrive che "c'è anche chi si domanda se non si stia tornando a una sorta di cultura prealfabetica, omologante e semplificata, cioè in un qualche modo tribale". 

Se è vero, come afferma Zavoli, che non si può negare il rischio di un tracollo linguistico definitivo, di un "impoverimento lessicale e creativo che potrebbe determinarsi se il sistema dell'intelligenza artificiale, e dei linguaggi comunicativi connessi, pretendesse di ridurre il senso come prima dimensione, e dignità, della parola", è ugualmente significativo come lo sperimentalismo linguistico, promosso proprio dai linguaggi comunicativi connessi all'intelligenza artificiale, stia producendo un massiccio accumulo di materiali letterari e narrativi che, spesso, rivelano un modo di fare letteratura e cultura sconosciuto alla tradizione letteraria italiana di alcuni decenni fa ma sintomatico di un mutamento continuo del valore della parola stessa e, di conseguenza, della letteratura. Tuttavia non si può non prendere atto di un pericolo incombente: si tratta della molteplicità e dell'abbondanza di materiali letterari e narrativi che rischiano di sovraccaricare la rete  provocando un'indigestione di contenuti. Legato a questo fenomeno vi è un altro pericolo (evidenziato dalla stesso Zavoli) ovvero "la perdita di centralità, e persino d'identità" della parola. In questa dimensione la letteratura "è alla ricerca di una nuova legittimazione dello stile" (Zavoli).

In un contesto del genere come riconsegnare dignità alla letteratura e il giusto valore (potere) alle parole?  Tra le letture mattutine mi sono imbattuta ne l'Adalgisa di Gadda. La scrittura umoristica di Gadda, conoscitiva di una Milano che odora di fabbriche e lacrime, penetrante tanto nelle misere vite dei personaggi quanto nel capoluogo lombardo stesso, mi ha allarmato sulle lacune di cui soffre la lingua italiana oggi (e quindi sul valore delle parole nelle opere letterarie contemporanee), e ho ripensato all'articolo di Sergio Zavoli letto poco prima. Se penso al potere e alla responsabilità della parola mi viene in mente un saggio di Pierantonio Frare, edito da interlinea un paio d'anni fa, il quale portava come esempio Dante, Manzoni e Primo Levi sottolineando come la forza della parola servì a Levi per superare il trauma subìto. Allo stesso modo la parola portò alla redenzione Dante, al contrario la parola "ingannatrice" (come avrebbe detto Pasolini) sarà fatale per il personaggio manzoniano Gertrude. 

L'urgenza letteraria, spesso contaminata dal fanatismo lessicale, spinge verso una generazione che si nutre della parola nuda. Nel 2009 Luca Serianni parlava della perdita di un "linguaggio controllato". Un anno prima vi era stato un ciclo di otto incontri indetti dall'Accademia della Crusca centrati sull'insegnamento dell'italiano
Le parole di cui si nutre il linguaggio parlato e scritto e il loro indomabile impoverimento, lo sperimentalismo linguistico che sta nascendo (da qualche anno a questa parte) proprio sul web e la conseguente eccedenza di materiali letterari in rete, sono fattori che potrebbero essere analizzati e risanati partendo dal sistema scolastico del nostro Paese e, quindi, dall'humus culturale nel quale il sistema stesso è inserito puntando, come ricorda Armando Massarenti in un articolo pubblicato domenica 24 giugno ne l'inserto de Il sole24ore, sulla ricerca, innovazione e cultura.

domenica 24 giugno 2012

La trascendentale sincronia tra quadri e ricordi



I quadri evocano ricordi che la mente credeva seppelliti dalla voracità della memoria. Dinanzi al quadro di Christine Krainock la mia mente ricorda Parigi, dove i colori grevi s'intonano con l'atmosfera estetizzante e l'ambiguità metafisica di certi viali. Si rischia sempre di scivolare nei soliti cliché quando si parla della capitale della Francia, Coco Chanel, la vie en rose, ma Parigi è molto di più, almeno per quanto mi riguarda. Ho avuto già modo di parlarne, in un altro post, e credo si sia capito il fascino che ha suscitato in me quella città. Continuamente appagata, avvertivo un bisogno costante di riconciliarmi, l'esigenza di tramandare un sentire inascoltato da tempo e riscoperto solo in quella città. Parigi mi fece riflettere sulla tensione costante che si creava in me tra ciò che volevo essere e ciò da cui stavo scappando. Una corsa incessante che sembrava non voler vedere la meta. Forse, già allora, c'era in germe l'anima di questo blog. Era un'idea che vagava, come la mia stessa persona, per le strade di una città tanto amata. 

Il Diario della Domenica. Cosa esce dai libri: l'opera d'arte di David Kracov



Quando studiavo assiduamente all'Università (mi accorgo che ne parlo sempre come fossero passati chissà quanti anni, però sembra proprio una vita fa) arrivavo a fine giornata che mi sentivo esplodere dalle idee sia in base a quello che avevo letto sia in base a ciò che avevo riflettuto e maturato sui libri stessi. Insomma un marasma di parole si agitavano nella mia mente e, prima di addormentarmi, le immaginavo depositarsi nella mia testa per poi riprendere la loro attività il giorno dopo, lasciando così spazio ai sogni. Quando ho visto l'opera di David Kracov mi sono ricordata di quelle emozioni. Ricordi che hanno un po' il sapore del caffè riscaldato del giorno prima, che si sa non è buono come quello appena fatto, ma perchè buttarlo? E' un peccato, no? 
Non credo di essermi spiegata, forse si tratta semplicemente di un effimero delirio mattutino, comprovato dal fatto che non sono ancora le otto. Intanto faccio colazione guardando quest'opera. Buona domenica a tutti!




venerdì 22 giugno 2012

Il carteggio inedito tra Massimo Bontempelli e Giuseppe De Robertis (parte seconda)

Clicca qui per leggere la prima parte.


Clicca qui per leggere la terza parte.


Consultare un carteggio significa entrare nella vita privata di una persona, frugare tra la sua quotidianità, scoprire, ricercare, indagare su tutto ciò che i saggi, gli studi critici e, più in generale, le stesse opere del personaggio in questione non avrebbero mai svelato. Consultare un carteggio sottintende assumere un comportamento rispettoso,  nonostante sia già abbastanza invasivo sfogliare le carte private di uno scrittore o di un artista. Quando consultai, alcuni anni fa, il carteggio tra Massimo Bontempelli e Giuseppe De Robertis, accedendo (dopo aver ottenuto tutte le autorizzazioni necessarie) alla sezione Archivio Contemporaneo del Gabinetto Vieusseux di Firenze, mi accorsi di quanta vita stavo toccando con mano. Mi trovai di fronte a lettere che rappresentano una parte della vita di Massimo Bontempelli, lettere che contengono pensieri, idee, dubbi, delusioni, ambizioni, sogni di una personalità del Novecento spesso ingiustamente dimenticata anche dalla grande editoria.

Con questo spirito mi addentrai nella vita di Massimo Bontempelli attraverso le sue stesse lettere scritte tra settembre del 1941 e luglio 1950 a Giuseppe De Robertis. Critico letterario, attivo collaboratore della casa editrice Le Monnier (con la quale pubblicò numerosi saggi sulla poesia tra il XVIII e il XIX secolo, su Poliziano, sulla lirica manzoniana oltre ai Quaderni di Letteratura e d'arte), redattore delle riviste Pegaso e Pan nonché fondatore de La Voce, De Robertis fu anche amico e collega di studi e interessi di Bontempelli. A legarli vi fu l'amore per un certo tipo di musicisti italiani e per un determinato concetto di letteratura.

Nella prima lettera del carteggio scritta da Bontempelli mentre si trovava a Venezia, il 20 settembre del 1941 si legge quanto segue:

"Mio caro De Robertis, aspetto con impazienza Letteratura col tuo articolo. Grazie per il tuo invito ai quaderni di Le Monnier (...) ma ho poca roba disponibile"

Bontempelli stava aspettando la recensione a Il giro del sole (uscito proprio quell'anno) pubblicata sulla rivista Letteratura dall'amico De Robertis. Letteratura, la rivista di Bonsanti, nacque ’37 per proseguire lo spirito di Solaria. Letteratura fa appello, con forza e vigore, "a una lezione convalidata di responsabilità della forma (nel senso della coerenza e del sensibile aggiornamento) e di disponibile europeismo" (Marzio Pieri) contro ogni asservimento al regime fascista e ogni tipo di impoverimento dettato da rigidi compartimenti stagni elaborati da Croce . Nel terzo numero (luglio-settembre) del 1941 De Robertis recensisce il romanzo di Bontempelli: Il giro del sole di Bontempelli. Rilettura. Successivamente la recensione verrà accolta anche ne Il Nuovo Corriere e Altro Novecento mantenendo lo stesso titolo. 

Come si legge nella parte di lettera riportata sopra, Bontempelli ringrazia l'amico De Robertis per il suo invito ai Quaderni e sottopone alla sua attenzione il saggio che sta finendo di scrivere su G. F. Malipiero, assicurando De Robertis che:

"Le Monnier sarebbe indicatissimo" 

e ancora 

"Aspetto una tua risposta (e quello che ti dirà Le Monnier nel caso tu voglia proporglielo) prima di fare qualunque passo verso altri scrittori".

In realtà il saggio, con una ricca e completa bibliografia malipierana curata da Cumar, uscirà nel '42 per Bompiani. Alcuni stralci dell'opera saranno pubblicati anche nella rivista Rassegna Musicale nel numero del 1942, con un articolo dal titolo Il cammino di Malipiero. Tralasciando la casa editrice o rivista che pubblicò l'opera o parte di essa, è interessante soffermarci sul contenuto del saggio stesso e sul legame Bontempelli-Malipiero che riflette il caso De Robertis-Pizzetti.

Ildebrando Pizzetti (1880-1968), Gian Francesco Malipiero (1882-1973) appartengono alla stessa generazione di musicisti che ha avuto il merito culturale di di rinnovare lo scenario musicale italiano tra Otto e Novecento con un approccio critico e avanguardistico verso ciò che era stato fatto fino a quel momento. Per riallacciare i rapporti tra letteratura e musica vengono chiamati molti musicisti all'interno delle redazioni di riviste che, fino all'Ottocento, erano state prettamente letterarie e in cui, si pensava, non potesse filtrare nient'altro. In questo contesto, De Robertis chiamò Ildebrando Pizzetti come critico musicale all'interno de La Voce. Quest'azione smuoverà le acque e vedrà collaborare letterati e musicisti anche al di fuori delle redazioni giornalistiche. 

"Pizzetti ha della musica una concezione etico-religiosa profondamente segnata però d'impronte dannunziane. Tutta la sua attività di scrittore è influenzata dal modello dannunziano - un D'Annunzio visto però negli aspetti meno estremisticamente letterari - e scorre parallela all'uso dei testi di lui - sin dal 1905 con La nave - per i propri drammi lirici. L'umanesimo spiritualista di Pizzetti si traduce in un raffinato arcaismo (anche musicale) che si ripercuote nei moduli espressivi, aulici e paludati da un decoro austero, con cui viene posto in musica il testo" (Sergio Sablich). 

Bontempelli scrisse quella lettera mentre si trovava a Venezia, città simbolo che contribuì a modificare e migliorare la produzione di Malipiero. Nel saggio, Bontempelli definì gli aspetti delle avanguardie come "i caratteri del tramonto", coloro che ne hanno subito il fascino per poi uscirne illesi sono dei superstiti e Malipiero è proprio un "superstite del naufragio". Nella produzione di Malipiero emerge l'avidità di colori e sensazioni che nasce dalla nostalgia del passato, una nostalgia, tuttavia, che viene arginata con tecniche più moderne che vedono l'utilizzo strumentale e vocale. 

Nella lettera si legge:

"Nella prossima stagione ci sarà la rappresentazione (non so se alla Scala o a Roma) dell'ultima opera di Malipiero - Le maschere di Callot - (...) l'occasione sarebbe ottima".

Proprio nel teatro di Malipiero la fusione tra moderno e antico è forte ed evidente. In realtà il titolo è I capricci di Callot, che Malipiero ha composto nel 1942 ispirandosi alle incisioni I balli di Sfessania del secentista Jacques Callot e alle omonime novelle di E. T. A. Hoffmann. Rappresentata alla Scala nel 1942, I capricci di Callot chiude una triste parentesi in seguito ad una incompresa opera, la Favola del figlio cambiato (testo di Pirandello). Nel '42 Malipiero riannoda i fili dell'immaginazione facendo scivolare nell'opera la fantasia e la libera interpretazione delle idee musicali. 

Così come De Robertis vuole al suo fianco Pizzetti, allo stesso modo Bontempelli decanta l'opera musicale di Malipiero, musicista abbandonato dal nostro Paese e in questo si differenzia da Pizzetti le cui opere sono state più volte accolte nei teatri italiani. La poesia, seppur con modalità differenti, racchiusa nelle opere di Malipiero e Pizzetti è stata riconosciuta da Bontempelli e De Robertis tanto da avvicinarvisi e approfondirne le conoscenze facendola conoscere, a sua volta, al pubblico italiano. 

Le reciproche influenze tra musica e letteratura, i rapporti sempre più saldi tra cultura musicale e letteraria grazie a personalità come Bontempelli e De Robertis, percorrono un cammino poco omogeneo dovuto alla differente presa di posizione da parte dei letterati. Circoscrivendo il discorso a Bontempelli e De Robertis possiamo notare un comportamento simile. Bontempelli scrive ne L'avventura Novecentista "Dovete ammettere che similmente debba accadere allo scrittore di sentirsi arrivato a un limite ove la parola è posseduta da una convenzione troppo tirannica, ove alla visione ancora interiore occorre un mezzo d'espressione meno simbolico e insieme piú esatto; allora è, che la parola si sfa e nello stesso atto si ricompone in suono: il prosatore va al pianoforte e compone un preludio". Ecco che, di nuovo, le idee di Bontempelli abbracciano il flusso fantastico caratteristico dell'opera malipierana.

De Robertis, invece, favorisce il fiorire della critica musicale all'interno della letteratura proprio inserendo nella redazione de La Voce la figura di Pizzetti. L'intento sembra essere proprio quello di aprire le menti sull'attività musicale anche da un punti di vista estetico e non meramente specialistico. E, viste come sono andate le cose, si può dire che l'obiettivo è stato ampiamente raggiunto.

giovedì 21 giugno 2012

K.Lit - Microfestival dei Blog Letterari a Roma: Femminicidio nella società


Premetto che la materia che sto per trattare è assai delicata. Non c'è quindi la presunzione (né la pretesa) di voler "risolvere" la questione, di mettere un punto o, addirittura, di trovare una soluzione. Questa pretesa non c'è perché non ho né i mezzi né la forza giuridica per mutare una situazione che sembra radicata non solo nella nostra cultura ma in tutto l'Occidente (e soffermiamoci, in questa sede, all'Occidente). Ho solo questo blog e la carta (virtuale) sulla quale scrivo.

K.Lit - il Microfestival dei blog letterari che si è svolto ieri sera a Villa Pirandello a Roma (in collaborazione con la casa di cartone) ha visto partecipare cinque scrittrici, giornaliste, traduttrici, esperte di editoria e blogger: Giulia Blasi, Loredana Lipperini, Rita Charbonnier, Chiara Lalli, Nadia Terranova e Roberta Zaccagnini. Ha moderato Girolamo Grammatico, presidente de La casa di cartone, scrittore e poeta. 

Per più di due ore (la tavola rotonda sarebbe potuta andare avanti per tutta la serata) si è parlato del tema Donne e Uomini. "Lo studio di affinità, intersezioni e differenze tra l’uomo e la donna potrebbe occupare discussioni infinite, sia online che offline. Com’è legato tutto questo al modo di pensare, di scrivere, di amare? E i blog ne percepiscono le differenze?". Come anticipato sulla pagina web di K.lit - il Festival dei Blog Letterari che si terrà a Thiene il 7 e l'8 luglio (qui a Roma, come in altre città italiane è stato dato un piccolo ma interessante assaggio), l'argomento in questione è fragile, soprattutto in un momento storico come quello che stiamo attraversando. 

Delle donne dell'uso che le stesse fanno del proprio corpo, dell'uso che ne viene fatto, con la violenza e la forza brutale, da parte degli stessi mariti, fidanzati, amici di famiglia, conoscenti o semplici sconosciuti, delle potenzialità delle donne, delle loro capacità in ogni settore, di tutto ciò si parla da tempo. Ma mai, come in questo periodo, la donna sembra aver preso coscienza dei propri diritti. Certo, qualcuno potrebbe dire che suona un po' anacronistica la frase appena scritta in quanto già il movimento di emancipazione femminile aveva cercato di scrollarsi di dosso gli ampollosi e distruttivi rimproveri di un sistema patriarcale (parola, questa, che è emersa anche ieri sera. Pur riconoscendo il termine desueto si è purtroppo ricorsi a questa parola per descrivere un sistema che, ancora, non si è totalmente sgretolato) che cercava di relegare la donna ad un ruolo di continua sottomissione ed eterna venerazione verso l'uomo. 

Forse ciò che è accaduto dopo il 13 febbraio 2011, mi riferisco alla manifestazione Se non ora quando, ha risvegliato gli animi femminili in seguito a decenni di torpore. E dalla manifestazione alla viva presa di coscienza dell'importanza della donna e della sua ineluttabile necessità il passo è stato breve. Eppure, mentre migliaia di donne si sono risvegliate, aprendo gli occhi sulla loro stessa persona e sulle loro potenzialità, tante altre si sono uniformate al dilagante conformismo che sta caratterizzando questi anni. 

Ieri sera al dibattito ha partecipato anche Laura Costantini, la quale ha raccontato come spesso siano le stesse donne ad essere antagoniste nei confronti delle realtà che vengono sollevate in rete, su facebook, sui blog. Si tratta di realtà che sviliscono le donne e annichiliscono la loro femminilità (quella vera, quella con la F maiuscola): barzellette vergognose, che parlano di stupri come giochi capricciosi in cui le donne sono protagoniste felicemente attive. Queste sono le realtà che dovrebbero far indignare qualsiasi donna e non una parte. E allora perché se qualcuna, come Laura Costantini, ne parla l'insulto proviene anche da un pubblico femminile?

Sempre nel febbraio del 2011, scrivevo di Shirin Neshat, che a Milano esponeva Women without men, un'installazione video, una serie di immagini parte del film vincitore del Leone d'Argento a Venezia nel 2009. Attraverso Women without men, Shirin Neshat affondava le mani nel significato dell’identità della donna. L’artista si accostava al video come se l’immagine in movimento della donna umiliata e violata potesse aiutare meglio a descrivere la società all’interno della quale è cresciuta.

Se l'innovazione della performance è stata accolta da pubblico e critici con clamore, il significato del film stesso è passato, almeno in parte, in sordina. E' scomodo, infatti, dire la propria e metterci la faccia quando si parla del ruolo della donna in una società, dei maltrattamenti avvenuti o che avvengono quotidianamente, è soprattutto quando si parla di cifre. Anche questo aspetto è stato sollevato ieri sera al Microfestival dei blog letterari: se da un lato le statistiche offrono solo un'infarinatura a ciò che invece è la realtà dei fatti (statistiche che spesso mancano, sono carenti, oppure non aggiornate), dall'altro sembrerebbe un rischio per chi si vuole esporre parlando appunto dei maltrattamenti e delle umiliazioni verso la donna nella nostra e nelle altre società. 

Non poteva, in questo contesto, non emergere la parola femminicidio. Nadia Terranova l'ha trattata con qualche sospetto, pur ammettendo che è più calzante di "delitto passionale". Femmicidio è comunque una parola costantemente temuta. Barbara Spinelli le ha riservato un saggio, edito da Franco Angeli, Femminicidio, dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale. Nel suo saggio si va alla radice storica ed etimologica del termine stesso, ripercorrendo  la strage delle donne di Ciudad Juarez, "la violenza fisica, psicologica, economica, istituzionale, rivolta contro la donna in quanto donna". Nel saggio della Spinelli hanno un ruolo rilevante le tesi sulle cause del femminicidio in Centroamerica così come le ricerche in loco e gli sviluppi sul piano girisdizionale e politico, fino ad arrivare "alla richiesta di riconoscimento giuridico del femminicidio come specifico reato e crimine contro l’umanità".

Personalmente la parola Femminicidio fa rabbrividire per i significati, molteplici ma difatto unici e continuamente ripetibili nelle aule di tribunali, nelle sentenze, nei telegiornali e nei quotidiani, che il termine contiene. Femminicidio evoca qualcosa di orrendo, qualcosa che non è stato insegnato nelle scuole, quindi non eravamo preparate culturalmente, non avevamo la forza psicologica e fisica per sopportare l'efferata crudeltà del termine. Mi sembra opportuno ricordare l'intervento di Lella Costa che, nella puntata de L'infedele  del 30 aprile, canta "le donne" ma anche "le audaci imprese" nel spiegare che "la questione femminile è la questione femminile".

Femminicidio: il fatto è infame, e del suo orrore fa parte la rinuncia antica a dargli un nome proprio, scrive Adriano Sofri in un articolo su La Repubblica. Capita di passare e anche di inciampare. Ma uccidere può capitare? Dura tanto far finire la vita. Quattro giorni e c'è un'altra festa. Della donna, dicono, ma non per lei. Né per noi, scrive Mariapia Veladiano. E di nuovo vorrei ricordare il libro di Barbara Spinelli in quanto è l'unico (e si spera che inauguri un ungo filone di letteratura) che restituisca ai lettori una visione completa ed esauriente della storia, delle implicazioni giuridiche, delle tesi e delle ricerche sul femminicidio stesso.

Spostando lo sguardo al settore editoriale, il femmicidio assume altre forme, più subdole e viscide ma comunque evidenti: Loredana Lipperini ha ricordato gli studi che sta maturando (seguendo il modello americano) sul numero delle volte che le donne trovano spazio in antologie, riviste e quotidiani. Facendo qualche esempio sono emersi degli aspetti inquietanti del settore editoriale italiano: non solo le donne vengono relegate in un ingiustificato cono d'ombra ma vengono anche dimenticate dalla stessa letteratura oppure denigrate, colpendo le loro capacità artistiche. 

Per combattere il maschilismo pervasivo sarebbe meglio abbandonare il piede di guerra e utilizzare l'intelligenza femminile che si contraddistingue per sensibilità e acutezza nel percepire il problema. La guerra lasciamola fare a chi usa la violenza, a chi usa solo quel tipo di linguaggio. Per quanto concerne il femminicidio credo che, come ha magistralmente esposto la Spinelli in un articolo su Il Corriere della Sera, con femminicidio ci si riferisce a "donne e uomini coraggiosi nella denuncia di una cultura che odia le donne e di una politica inerte, inadeguata nelle reazioni. Giornalisti coraggiosi e attiviste che hanno pagato con la vita la scelta di informare e denunciare le violazioni dei diritti delle donne che avvenivano nei loro Paesi. Si parla di donne che da vittime si sono trasformate in soggetti politici artefici del cambiamento della realtà nel loro Paese.
Forse vale la pena conoscere questa storia, appassionarsi a questi volti, a queste battaglie, prima di decidere se chiamare o no, le nostre donne assassinate, femminicidi". 

Green Blood: inaugurazione della mostra alla Dorothy Circus Gallery


Yosuke Ueno


Se volete avere informazioni sulla mostra cliccate qui.

Nicoletta Ceccoli
Tara McPherson
Roland Tamayo
Brandi Milne
Ana Bagayan 
Dave Cooper
Scott Musgrove











lunedì 18 giugno 2012

Le poesie di Philippe Soupault: scrittura automatica e surrealista


Una prima, seppur ridotta, ricostruzione delle fasi del movimento surrealista viene trattata nelle parti prima e seconda del Dossier dedicato alla Storia del Surrealismo dalle origini al Pop Surrealismo. Il dossier da tuttavia non ha la pretesa né la velleità di sostituirsi alla cospicua bibliografia alimentatasi negli anni grazie a studi critici, convegni, carteggi e approfondimenti. Ho comunque voluto delineare, nella fase preliminare del dossier stesso, il legame con la psicoanalisi di Freud che ha condotto per mano Breton (e i suoi seguaci) verso i concetti di incoscio, sogno e automatismo psichico puro. 
Rileggendo le poesie di Philippe Soupault ho sentito l'esigenza di approfondire il concetto di poesia secondo uno dei principali fondatori (assieme a Breton) del movimento surrealista. Partendo dal testo stesso, ho cercato di sfiorare la personalità del poeta e la sua visione della poesia.

"(...) Tutte le poesie sono, in qualche modo, ispirate e dominate da ricordi onirici. Certe opere di Freud, riservate nel 1918 a specialisti, ci avevano affascinato. (...) Proposi ad André di proseguire le nostre esperienze. Era più lucido di me. Queste esperienze ci portarono a considerare la poesia come una liberazione, come l’unica possibilità di accordare allo spirito una libertà che non avevamo conosciuto o voluto conoscere che nei nostri sogni, e di liberarci dell’intero apparato logico".

Così scrive Soupault a proposito delle loro prime esperienze surrealiste in campo artistico. Sperimentando un tipo di scrittura, definita dallo psichiatra Pierre Janet automatica, Soupault capì che avrebbe potuto esplorare un mondo, fino a quel momento, rimasto sconosciuto e a tal fine era necessario liberarsi dagli schemi rigidi e dell'iperrealismo nel quale era immersa la cultura artistica fino a quel momento. 

Contemporaneamente ai primi esperimenti di scrittura automatica, Soupault entra sempre più in contatto con la poesia, luogo che meglio si presta a quel tipo di scrittura, dove l'immediatezza e il flusso libero di idee trovano terreno fertile.

"Questa parola, poesia, che per qualcuno è solo causa di fraintendimenti, per me rappresenta un mondo in cui posso finalmente capire perché sono nato. Una parola, un barlume, un suono: ecco quanto basta per ritrovarmi in un universo che mi appartiene, a cui appartengo e con cui, se mi è consentito dirlo, faccio corpo".

Il lirismo che rilasciano i versi di Soupault risentomo di una magia e di un pensiero onirico solitario che scopre, attraverso la poesia come unica possibilità di sentirsi nel mondo, sentirsi parte di esso, il suo stesso essere, la sua stessa ragione di vita. La composizione de Les Champs Magnétiques stravolge e coinvolge totalmente la sua vita, proiettandolo con energica violenza nel surrealismo puro, quello votato alla rivoluzione staliniana. Questo atteggiamento aprirà una frattura tra Soupèault e Breton destinata a non sanarsi mai. 

Nella poesia di Soupault non c'è la ricerca utopistica di un benessere interiore che auspica a mutamenti interni ed esterni all'animo umano. Nei suoi versi non si scorge l'espressione pleonastica ma:

"immagini, humour involontario e insolito che emergeva ambiguamente attorno a una frase. Erano continue esplosioni di risate"

Marcia  

II 17 febbraio sono partito
Dove
All'orizzonte si allungavano fumi
Sono saltato sopra i libri

C'era gente che rideva
II mio desiderio mi prende per le braccia
Vorrei respingere le case
Andare più in fretta
II vento
E stato proprio necessario che uccidessi i miei amici

La notte non mi ha fatto cadere
Mi sono avvolto nella mia gioia
II grido dei rimorchiatori mi accompagnava
Non mi sono voltato
C'erano tante luci nella città sonora

Tutto è cambiato tornando
Ha rotto le mie idee immobili
I miei ricordi maculati li ho venduti.

L'immediatezza della parola cela barlumi di luce, episodi immaginati, sognati o vissuti veramente.

Grammatica  

Forse e sempre forse
avverbi che noia mi date
coi vostri quasi e quasi niente
quando fioriscono gli apostrofi

E tutti voi punti e virgole
che brulicate dentro i vivai
dove nuotano i congiuntivi
io vi impacchetto e vi lego

Siate maledetti paragrafi
perché si avverino le profezie
bastardi timorosi dei grammatici
e pessimi suonatori di sintassi

Succhiate i vostri imperativi
e lasciateci dormire
una buona volta
è la notte
e la canicola.

Questa poesia sembra essere il manifesto programmatico della lingua surrealista di Soupault: gli avverbi gli danno noia, i punti e le virgole vengono impacchettati. Una scrittura automatica rifugge dalle catene della grannatica francese per abbracciare la libertà, ricercare un altrove dove il poeta Soupault si può rifuguare e sentire se stesso. 

Da questi versi emerge la speranza, la piena fiducia do Soupault nei confronti della poesia quale atto irrazionale e indefinito, infinitamente protetto da quell'aura di mistero che cela, più o meno esplicitamente, l'Altro quale meta da raggiungere e nella quale trovare rifugio.



Bibliografia: 

Antologia della poesia moderna e contemporanea, (a cura di) C. Muscetta, Roma 2006
G. Giansante, Philippe Soupault di qua e di là del Surrealismo, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane (“Lutetia”, 11), 2003.
R.S.Borello, La maschera e il vuoto, Aracne
I surrealisti francesi, (a cura di) P. Di Palmo, Stampa Alternativa

domenica 17 giugno 2012

Il carteggio inedito tra Massimo Bontempelli e Giuseppe De Robertis (prima parte)

Clicca qui se vuoi leggere la seconda parte.


Massimo Bontempelli è uno dei letterati e scrittori italiani che ha risentito maggiormente delle diffidenze dei critici e, per questo, spesso incompreso. Gianfranco Contini lo inserisce nell'antologia del 1988, Italia magica. Racconti surreali novecenteschi edita da Einaudi, seconda edizione italiana dopo quella francese del 1946, come ultimo della rosa di scrittori magici (nonostante il criterio seguisse un ordine cronologico) quasi a sottolineare l'importanza di un personaggio simbolo di continuità con la letteratura magica che si estende oltre i confini di quell'antologia, la cui scrittura è sinonimo del realismo magico stesso ("Trovai il titolo pensando, in parte, proprio al realismo magico di Bontempelli" dichiara in un'intervista a Staglieno  per Il Giornale nel gennaio del 1989). Tuttavia negli scritti rispettivamente del 1944 e 1945, Introduction à l'étude de la littérature italienne contemporaine e la Lettre d'Italie, Contini costringe Bontempelli al ruolo di scrittore elitario, audace nello stile e nella sintassi volgarmente assimilata a quella surrealista. Mentre in questi ultimi scritti l'opinione di Contini viene esplicitata senza riserva alcuna, nell'antologia del 1988 il critico cela, con ingannevole ingegno, il suo reale intento: porre come ultimo scrittore Bontempelli significa mettere in ombra quelle che furono le reali implicazioni dello scrittore comasco nella fondazione e teorizzazione del realismo magico italiano.

A riprova di un atteggiamento contraddittorio e spesso non ben definito da parte di Contini vi è la totale assenza di Bontempelli dal saggio letterario curato da Contini stesso ed edito da Sansoni, Letteratura dell’Italia unita 1861-1968. Accanto a Contini, altri critici hanno avuto poca "eleganza" (appropriandomi dell'espressione con la quale Pasolini commentò l'assenza di Bontempelli, e anche di altri letterati, dal saggio continiano sulla letteratura italiana uscito per Sansoni nel 1968) nell'approfondire la materia bontempelliana. Basti pensare che il primo convegno dedicato allo scrittore comasco è avvenuto solo nel 1991 e alcune sue opere, come i primi romanzi, hanno iniziato a (ri)vedere la luce verso la fine degli anni '90. 

Per uno studio sistematico e approfondito dello scrittore, del giornalista e soprattutto della personalità insita in questo poliedrico letterato, un apporto di grande valore è stato dato dal carteggio Alvaro, Bontempelli, Frank. Lettere a «900» seguito da un saggio di Marinella Mascia Galateria, che illustra le dinamiche attorno al suo inserimento nella società letteraria della metà degli anni Venti, la sperimentazione e la tradizione, lo scontro con Malaparte, la polemica tra Strapaese e Stracittà. 

Ma proprio il convegno tenutosi a Trento nel 1991 ha il merito dare smalto alla letteratura bontempelliana (animata dal realismo magico di cui risentirà grande fortuna anche la letteratura latino-americana di Marquez e, in parte di Sepulveda) all'intreccio narrativo dei romanzi e al ruolo di Bontempelli stesso quale intellettuale e letterato che ha vissuto in prima persona il periodo intercorso tra le due guerre inaugurando un genere letterario che, dagli anni sessanta in poi, vivrà un momenti d'oro. 

Ed è sulla figura di Bontempelli, quale intellettuale e letterato, che ho concentrato i miei studi negli ultimi anni, focalizzando l'attenzione sul carteggio inedito con Giuseppe De Robertis  (10 gennaio 1941 - 29 luglio 1950) conservato presso l'archivio storico del Gabinetto Vieusseux di Firenze (consultazione e riproduzione anastatica). Nella speranza di ridare smalto e vigore ad una figura storica del panorama letterario italiano, ho voluto analizzare e sviscerare questo breve ma prezioso carteggio (se pensiamo che cospicua parte dei carteggi bontempelliani oltre alle opere d'arte e oggetti, sono custoditi nel fondo Bontempelli, presso il Getty Center di Santa Monica, in California) rimasto in uno dei più importanti archivi italiani. Partire dal carteggio  per approfondire il realismo magico bontempelliano, il peso dell'ironia nell'intreccio narrativo delle sue opere, i temi affrontati dallo scrittore comasco, oltre ai legami con la letteratura latino-americana, mi sembrava il punto di partenza per uno studio (iniziato nel 2000) di ampio respiro volto appunto, a reintegrare il ruolo di Bontempelli nel panorama letterario italiano.

Street Art: The Queen's Diamond Jubilee


Una sorta di provocatoria sincronia sembra emergere dall'opera dello street artist Mr Brainwash, il quale ha  voluto riunire tutti i cliché londinesi. 


A Turnpike Lane invece si può ammirare l'opera di Banksy. Anche in questo caso l'ironia fa da sottofondo all'opera stessa.

E che dire di Mr Prefab77 che, a Dublino,  ha voluto omaggiare la regina con un'opera alquanto simbolica?

venerdì 15 giugno 2012

Tutti i racconti di Luis Sepulveda: dolce naufragare tra le sue parole


C'è sempre un certo timore reverenziale nel trattare la letteratura di Luis Sepùlveda, timore che nasce dalla consapevolezza di addentrarsi in una scrittura lirica spesso difficilmente interpretabile, dal momento che vengono alternati sapientemente realismo e magia creando una tensione poetica ritmica. Tuttavia il timore non compromette la lucidità e l'obiettività critica semmai acuìsce la volontà di sondare nell'immaginario dello scrittore cileno.

Tutti i racconti di Luis Sepùlveda, editi dalla casa editrice Guanda, sono l'occasione per ripercorrere la vita avventurosa e, in alcune occasioni tragica, di uno scrittore che raccoglie la sfida insita tra le concise e acuminate parole di Cortàzar: "il romanzo vince sempre ai punti, il racconto deve vincere per Knockout". Sepùlveda afferma che il racconto è narrazione pura. La composizione di un racconto è minata da continue difficoltà, angosce, paure, che potrebbero culminare nel parossismo. Da qui la capacità di riannodare i fili della situazione e far convergere i punti verso un unico orizzonte. 

Sepùlveda riesce a raccontare l'immaginario che da sempre ha abitato dentro di lui. Incontro d'amore in un paese di guerra, Vieni voglio parlarti di Pilar Solòrzano, Storia d'amore senza parole, Modi di vedere il mare, Caffè, per citare alcuni dei titoli che aprono la racconta di racconti, risentono di una poetica autobiografica che è lotta, rincorsa, sospiro, emozione, ma anche mistero e amore, quell'amore puro e genuino come la sua scrittura. 

A tal proposito vorrei riprendere le parole di Pino Cacucci (scrittore amatissimo, le sue pagine mi hanno tenuto compagnia in notti di caffé e sbalzi umorali) pronunciate nel 2008, in occasione della presentazione de La lampada di Aladino a Bologna: "In questi racconti trovo la costante lotta di Sepulveda contro l´oblio, trovo la sua stessa vita, anche se lui non ama definire la sua scrittura autobiografica: è un libro di storie che, in un´epoca in cui l´oblio sembra una regola di vita, recuperano la memoria".

Continuando il cammino ci si imbatte in racconti, come Testimonianze da Tola e Piccola biografia di un grande del mondo, in cui l'impegno civile riflette gli anni della militanza giovanile mescolandosi ad una certa ironica visione della vita. Rocambolesco invece Rolandbar, mentre rappresenta uno squarcio sanguinario nella vita dello scrittore il racconto L'Hotel Zeta.

La penna di Luis Sepùlveda ferisce la carta, coinvolge il lettore in un vortice di parole e storie circoscritte alla brevità del racconto ma infinite dal punto di vista contenutistico. L'immaginario dello scrittore cileno sembra sfociare in un mare che combacia con l'orizzonte; naufragare tra le sue parole diventa la più dolce avventura. 

giovedì 14 giugno 2012

Man Ray: la tensione tra fotografia e pittura negli anni delle avanguardie


"Dipingo ciò che non può essere fotografato e fotografo ciò che non desidero dipingere. Se mi interessano un ritratto, un volto o un nudo, userò la macchina fotografica. (...) Ma se è qualcosa che non posso fotografare, come un sogno o un impulso inconscio, devo far ricorso al disegno o alla pittura".

Quest'affermazione contiene già l'essenza dell'animo di Man Ray, fotografo per "costrizione", pittore per passione. Man Ray è un puro sangue, vola sulle note dell'immaginazione, è animato da quella passione sfrenata, difficilmente arginabile dal classicismo e dalla retorica di cui sono pervasi gli studi scolastici e accademici agli inizi del Novecento, per l'arte in tutte le sue sfaccettature. 

Man Ray non si adatta al rigore formale dettato nelle scuole, alla rigidità degli insegnamenti dell'epoca. La sua mente vuole sognare, ha bisogno di sintonizzarsi con gli aspetti più reconditi della sua anima e ciò non gli permettere di adeguarsi ai soggetti tradizionali. La sua indole viene esaltata ancor di più dall'incontro-scontro con l'Istituto d'Arte Francisco Ferrer Social Center, il cui carattere libertario e anarchico ha il merito di spronare il giovane Man Ray a frugare ancor più nelle sue capacità. Intuisce, ben presto, di essere affascinato dalle avanguardie novecentesche, che trovano la loro culla nella vecchia Europa. Man Ray stringe infatti rapporti con dadaisti e surrealisti senza mai sentirsi troppo vincolato all'uno o all'altro movimento. 

"Non sono in anticipo rispetto al mio tempo: vivo solo nel mio tempo e cerco solo di essere me stesso".

Essere se stessi. Non aderire pienamente ad alcun movimento. Non è una missione, quella di Man Ray, ma una forte consapevolezza delle sue abilità. Nel 1966, in occasione della retrospettiva che si  tiene a Los Angeles County Museum of Art, egli consegna il testo di presentazione della mostra introdotto dal titolo I have never painted a recent picture, prova del suo atteggiamento cronologico (e antiestetico) verso le sue stesse opere.

Scharz definisce il suo legame con la fotografia un rapporto di amore-odio. Aragon scrive di lui come di un artista che imbastisce "una sfida non comune quella di imitare la fotografia con la pittura e di imitare la pittura con la fotografia". Dieci anni dopo le parole di Aragon risuonano come l'eco del pensiero stesso di Man Ray: 

"Ho fatto fotografie che possono essere scambiate per dipinti e dipinti ispirati a fotografie".

E ancora:

"Non c'è niente di sbagliato nell'essere accusato di dipingere con una macchina fotografica o di fotografare con il pennello".

Da un atteggiamento di fiera ammissione del proprio operato, in sintonia con la piena realizzazione di se stesso, Man Ray si pone sulla difensiva, dimostrando la tensione che egli ha, da sempre, vissuto nel suo rapporto tra fotografia e pittura

Un fatto risalente al 1937, molti anni addietro rispetto alla retrospettiva di Los Angeles, in un momento artistico in cui la fotografia gli permette una stabilità economica che la pittura non riesce a   dargli, Ma Ray pubblica una cartella di dodici fotografie riportante un cappello introduttivo scritto da André Breton: La fotografia non è arte. All'interno si legge anche L'arte non è fotografia (come a ribadire la forza perentoria del concetto stesso). 

Nonostante Man Ray non si sia mai dichiarato aderente in toto al movimento surrealista, André Breton farà appello più volte alle sue opere come esempi chiarificatori del concetto di sogno, libertà, immaginazione e automatismo psichico puro. Difatti l'opera di Man Ray Puericulture (1920), che rappresenta il primo oggetto onirico della sua produzione artistica, viene trattato da Breton pochi anni dopo ne Introduction au discours sur le peu de réalité: quest'opera rappresenta una mano infantile dipinta di verde e usata come vaso da fiori. In seguito Ma Ray dichiara di aver fatto un sogno relativo un groviglio di mani che spuntano dal fondo di un strada mentre lui tenta di farsi spazio tra quel groviglio. 

I suoi rapporti con Duchamp e  Picabia stimolano sempre più un carattere libero per predisposizione innata tanto che Duchamp stesso definisce la libertà di Man Ray pura gioia, gioco e piacere. Un piacere che ha bisogno di nutrimento continuo, rinnovazione, sempiterna alternanza tra la fragilità tradizionale e la potenza insita nella sperimentazione.