domenica 4 novembre 2012

Sofia si veste sempre di nero: il realismo narrato da Paolo Cognetti


Per raccontare Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti (Minimum Fax, 2012) potrei iniziare parlando dell'aspetto documentaristico insito nel romanzo stesso, della capacità dell'autore di narrare un realismo scomodo, che affascina ma nel contempo turba; potrei anche spostare l'attenzione sul taglio estetizzante ed intimo di Sofia che corre veloce dalla prima all'ultima pagina.

Trent'anni di storia personale, trent'anni di storia italiana. Sofia Muratore, Roberto e Rossana (i genitori), la zia Marta e le varie comparse, si stagliano all'orizzonte di città vissute e strade conosciute. Sofia cresce all'ombra di una villetta a Lagobello, periferia milanese, scaltra, ruvida e nutrita da una borghesia arricchita che ne sfalda, nel corso degli anni, valori e usanze.  

Ma ciò su cui vorrei puntare l'attenzione è il realismo di Cognetti che si divide tra la storia tormentata di Sofia Muratore e quella di un'Italia altrettanto angosciata. Dieci racconti, un taglio cinematografico rafforzato da un linguaggio fatto di solitudini e silenzi, di interrogativi, di scene poco definite come poco definita sarà la vita di Sofia fin dagli inizi. Negli anni Ottanta Lagobello le appare come un luogo fatato, crescendo lo odierà. Ad alimentare questo odio saranno i cambiamenti umorali della madre e il burrascoso rapporto con il marito. Sofia sogna di fare l'attrice, si innamora di un regista o aspirante tale. Lui le scatta foto. Ciò che ne esce è una ragazza spezzata, che cela un segreto, un dolore che non può e non vuole esternare. 

Mentre il dolore di Sofia aumenta alle spalle dei suoi genitori, Roberto, ingegnere ad Arese in Alfa Romeo, è proiettato verso la sua carriera, che subirà una modesta svolta in seguito al progetto della 164 insieme ad Emma, esperta informatica la quale lo inizierà alle meraviglie del computer e dell'amore adultero. Siamo a metà degli anni Ottanta e Roberto crede di aver la situazione lavorativa e privata in pugno. In realtà la sua carriera non decollerà mai del tutto e conserverà, negli anni a venire, il sapore delle cose rimpiante mentre la sua vita coniugale soffrirà una brusca frenata emotiva: Rossana manifesta comportamenti che rasentano la depressione maniacale trascinando violentemente anche Sofia che, in quel periodo, è ancora una bambina.

I racconti di Cognetti si susseguono parafrasando il lirismo affettivo di Sofia, Rossana, di Roberto ed Emma, persino la violenza verbale della zia Marta (sarà lei ad occuparsi di Sofia durante l'adolescenza) che si tramuterà in ragionata e serafica saggezza. La recitazione continuerà ad essere il sogno di Sofia la quale, per un ironico caso del destino, volerà oltreoceano, tra Brooklyn e Manhattan.

Quello che sorprende maggiormente di questo romanzo è, come già citato, il taglio cinematografico a partire dai dieci racconti che sono un tentativo, non cronologico ma ben riuscito, di ridare forma e colore al passato di Sofia e ai trascorsi di un'Italia in pena tra rilancio economico e stabilizzazione culturale. Un realismo, quello di Cognetti, calibrato e attento alle dinamiche private e sociali, umane e politiche, che svela un autentico modo di raccontare.  

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