mercoledì 21 novembre 2012

Devozione, l'esordio di Antonella Lattanzi


Devozione, primo romanzo di Antonella Lattanzi (Einaudi, 2010), è un grumo di parole infeltrite, un pugno allo stomaco per la lucidità con la quale sono state messe in ordine e attraverso le quali è stata ricostruita un'atmosfera che non si respirava dai tempi di Tondelli con Altri libertini. Si tratta di un paragone stilistico tra i due romanzi: se per Tondelli la ricerca della lingua in Altri libertini (considerato dalla critica come il romanzo innovativo per eccellenza dell'autore reggiano) rappresenterà il punto nevralgico dell'intero libro, Devozione presenta la stessa caratteristica, un lavoro costante nel tempo sulla lingua come fenomeno sociologico, come aspetto antropologico, la lingua definisce i personaggi del romanzo a partire proprio dai protagonisti, Nikita e Pablo, per poi espandersi, a macchia d'olio, anche sugli altri attori come Annette, i medici e gli psicologi.

A un anno dal mio trasferimento a Roma, ho comprato questo libro curiosa di seguire con gli occhi e con il cuore la storia di due ragazzi che vivevano (o sopravvivevano) nell'unica parte di città che all'epoca conoscevo: quartiere San Lorenzo, Tiburtina, Verano. Già dalle prime pagine il lettore focalizza i luoghi in cui Nikita e Pablo si muovono, con rapidità. Loro sono giovani, nutriti da una passione disarmante, da un senso di smarrimento devastante, da una devozione verso ciò che più li fa sentire vivi. Sono eroinomani e viaggiano sui binari paralleli della vita e della morte, il loro equilibrio tende ora verso l'una ora verso l'altra e a farlo oscillare c'è spesso un laccio, una siringa, "la rota", la bava alla bocca, i soldi. Questi sono un problema perché non sono mai abbastanza, la roba finisce troppo in fretta, Nikita e Pablo stanno male di nuovo. 

Annette è francese, è in Erasmus e vuole fare amicizia. Si dice sia molto ricca. Si avvicina a Nikita e Pablo e cerca, come riesce e come può, di conquistare la loro fiducia. Offrendo dei soldi. E' a questo punto che le parole corrono veloci e la storia accelera il battito cardiaco, vengo scaraventata in un vortice di eventi dal quale è impossibile uscirne tanta è la violenza e il coinvolgimento con la vita di Nikita e Pablo. Fino a quando una pausa, un momento di respiro mi costringe a riflettere: "Dio, quand'è diventato tutto nero? La prima volta a Bologna era tutto immenso".

Sono i ricordi di Nikita che guardano, come un lungo e significativo flashback, ad un sabato pomeriggio del '96, quando a sostegno della Guerriera c'era Clara, la giovane Robespierre. Il presente si alterna ai ricordi, il battito accelera di nuovo per poi arrestarsi bruscamente ad ogni flashback. Bologna lascia il posto a Bari e, talvolta, le due città si riflettono l'una nell'altra.

Devozione è la parola d'ordine che muove gli animi di Nikita, Pablo, Clara, Annette. Ognuno è devoto a qualcosa di preciso, si aggrappa con tutte le proprie forze all'oggetto venerato, che diventa culto, amore allo stato puro, un amore che non conosce la parola fine, è ciclico, ritorna nella vita di ognuno di loro. 

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