giovedì 26 luglio 2012

Storie della "mia" gente


Se c'è una cosa che mi graffia lo stomaco è accettare la sconfitta come un fatto ineludibile e incontrastabile, qualcosa che è aggrappato alla propria esistenza come un neonato si aggrappa, per istinto atavico, alla madre. Questo sentimento che mi morde dentro lo provo ogni volta che torno al paese. Come suona romantica ma al tempo stesso desueta -antica ma con una patina di valoroso orgoglio- l'espressione "tornare al paese". Eppure mi sembra che l'espressione calzi a pennello per descrivere quel viatico che precede  - e accompagna- il mio viaggio.

Ora che sono immersa nel verde abbagliante della pianura, circondata da campi di grano e cullata dal canto delle cicale, mi sembra lontana anni luce Roma, il suo traffico, il delirio mattutino, la frenesia, l'instabilità - di ogni tipo, forma e dimensione- mi sembra lontano tutto; oppure tutto così stranamente vicino da chiedermi perchè non mi sia trasferita a vent'anni anziché ventiquattro.

Nascere in un paese come il mio preclude tante possibilità, alimenta le illusioni e porta alla chiusura -mentale e culturale- verso qualsiasi altro tipo di esistenza, qualsiasi altro mondo al di fuori del recinto di erba che circonda queste case.

Nonostante queste osservazioni, c'è chi vorrebbe far credere di essere nato proprio per mettere radici qui. Ieri ne ho avuto la certezza. Incontro una signora piccola e tarchiata, tutta scura. Capelli, occhi, carnagione, anche le unghie delle mani e dei piedi sono scure. Mi si avvcina, parliamo. Abita davanti a mia madre. Il corpo ondeggiante per la mole budinosa di grasso e vene mi terrorizzava da piccola, una paura che, nel corso degli anni, si è trasformata in una fumettistica fantasia -la trovavo simile alla teiera nel cartone La bella e la bestia-  e per questo mi metteva allegria.

La sua presenza esuberante vicino alla mio piccolo e insignificante corpo mi ha riempito di gioia e mentre mi faceva domande di ogni tipo - rispondevo vaga e senza riflettere troppo sulle mie parole- ricordavo le fantasie che hanno alimentato la mia infanzia relativamente alla sua persona.

Una frase, tuttavia, ha attirato la mia attenzione: "gli inverni sono lunghi senza mio marito. E pensare che siamo andati d'accordo senza nemmeno conoscerci. E' andata così, cosa vuoi". Ho chiesto spiegazioni a mia madre. Scopro che Lidia e il marito si sono conosciuti il giorno prima del matrimonio. Lei era originaria della provincia di Catania. Tramite un "mediatore", che ha mostrato le fotografie di entrambi alle loro famiglie, è stata decisa la data del matrimonio. 

Lidia mi chiede come mi trovo a Roma, se sono stata al mare -che è vicino, lo sai?-, mi chiede anche se sono stata a Catania o nei dintorni -vai, perchè è bello, è proprio bello- e gli occhi le si riempiono di lacrime, si fanno piccoli, due perle scure e lucide, destinate a scomparire. 

Lidia non è la sola ad aver subìto le pressioni psicologiche di un Paese che si crogiola, da anni, nelle proprie  personalissime e ottuse tradizioni. Il volto di Lidia, quell'espressione rassegnata e nostalgica. l'ho ritrovata anche in altre persone e chissà in quanti altri la rivedrò. 

Mi metto seduta in terrazza, i piedi poggiati sulle piastrelle rosse e calde, le mani incrociate dietro la nuca e ripenso ai versi di una poesia di Garcia Lorca, letta poco fa, "Cicala! beata te, che sei ferita dalle spade invisibili dell'azzurro".


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