giovedì 21 giugno 2012

K.Lit - Microfestival dei Blog Letterari a Roma: Femminicidio nella società


Premetto che la materia che sto per trattare è assai delicata. Non c'è quindi la presunzione (né la pretesa) di voler "risolvere" la questione, di mettere un punto o, addirittura, di trovare una soluzione. Questa pretesa non c'è perché non ho né i mezzi né la forza giuridica per mutare una situazione che sembra radicata non solo nella nostra cultura ma in tutto l'Occidente (e soffermiamoci, in questa sede, all'Occidente). Ho solo questo blog e la carta (virtuale) sulla quale scrivo.

K.Lit - il Microfestival dei blog letterari che si è svolto ieri sera a Villa Pirandello a Roma (in collaborazione con la casa di cartone) ha visto partecipare cinque scrittrici, giornaliste, traduttrici, esperte di editoria e blogger: Giulia Blasi, Loredana Lipperini, Rita Charbonnier, Chiara Lalli, Nadia Terranova e Roberta Zaccagnini. Ha moderato Girolamo Grammatico, presidente de La casa di cartone, scrittore e poeta. 

Per più di due ore (la tavola rotonda sarebbe potuta andare avanti per tutta la serata) si è parlato del tema Donne e Uomini. "Lo studio di affinità, intersezioni e differenze tra l’uomo e la donna potrebbe occupare discussioni infinite, sia online che offline. Com’è legato tutto questo al modo di pensare, di scrivere, di amare? E i blog ne percepiscono le differenze?". Come anticipato sulla pagina web di K.lit - il Festival dei Blog Letterari che si terrà a Thiene il 7 e l'8 luglio (qui a Roma, come in altre città italiane è stato dato un piccolo ma interessante assaggio), l'argomento in questione è fragile, soprattutto in un momento storico come quello che stiamo attraversando. 

Delle donne dell'uso che le stesse fanno del proprio corpo, dell'uso che ne viene fatto, con la violenza e la forza brutale, da parte degli stessi mariti, fidanzati, amici di famiglia, conoscenti o semplici sconosciuti, delle potenzialità delle donne, delle loro capacità in ogni settore, di tutto ciò si parla da tempo. Ma mai, come in questo periodo, la donna sembra aver preso coscienza dei propri diritti. Certo, qualcuno potrebbe dire che suona un po' anacronistica la frase appena scritta in quanto già il movimento di emancipazione femminile aveva cercato di scrollarsi di dosso gli ampollosi e distruttivi rimproveri di un sistema patriarcale (parola, questa, che è emersa anche ieri sera. Pur riconoscendo il termine desueto si è purtroppo ricorsi a questa parola per descrivere un sistema che, ancora, non si è totalmente sgretolato) che cercava di relegare la donna ad un ruolo di continua sottomissione ed eterna venerazione verso l'uomo. 

Forse ciò che è accaduto dopo il 13 febbraio 2011, mi riferisco alla manifestazione Se non ora quando, ha risvegliato gli animi femminili in seguito a decenni di torpore. E dalla manifestazione alla viva presa di coscienza dell'importanza della donna e della sua ineluttabile necessità il passo è stato breve. Eppure, mentre migliaia di donne si sono risvegliate, aprendo gli occhi sulla loro stessa persona e sulle loro potenzialità, tante altre si sono uniformate al dilagante conformismo che sta caratterizzando questi anni. 

Ieri sera al dibattito ha partecipato anche Laura Costantini, la quale ha raccontato come spesso siano le stesse donne ad essere antagoniste nei confronti delle realtà che vengono sollevate in rete, su facebook, sui blog. Si tratta di realtà che sviliscono le donne e annichiliscono la loro femminilità (quella vera, quella con la F maiuscola): barzellette vergognose, che parlano di stupri come giochi capricciosi in cui le donne sono protagoniste felicemente attive. Queste sono le realtà che dovrebbero far indignare qualsiasi donna e non una parte. E allora perché se qualcuna, come Laura Costantini, ne parla l'insulto proviene anche da un pubblico femminile?

Sempre nel febbraio del 2011, scrivevo di Shirin Neshat, che a Milano esponeva Women without men, un'installazione video, una serie di immagini parte del film vincitore del Leone d'Argento a Venezia nel 2009. Attraverso Women without men, Shirin Neshat affondava le mani nel significato dell’identità della donna. L’artista si accostava al video come se l’immagine in movimento della donna umiliata e violata potesse aiutare meglio a descrivere la società all’interno della quale è cresciuta.

Se l'innovazione della performance è stata accolta da pubblico e critici con clamore, il significato del film stesso è passato, almeno in parte, in sordina. E' scomodo, infatti, dire la propria e metterci la faccia quando si parla del ruolo della donna in una società, dei maltrattamenti avvenuti o che avvengono quotidianamente, è soprattutto quando si parla di cifre. Anche questo aspetto è stato sollevato ieri sera al Microfestival dei blog letterari: se da un lato le statistiche offrono solo un'infarinatura a ciò che invece è la realtà dei fatti (statistiche che spesso mancano, sono carenti, oppure non aggiornate), dall'altro sembrerebbe un rischio per chi si vuole esporre parlando appunto dei maltrattamenti e delle umiliazioni verso la donna nella nostra e nelle altre società. 

Non poteva, in questo contesto, non emergere la parola femminicidio. Nadia Terranova l'ha trattata con qualche sospetto, pur ammettendo che è più calzante di "delitto passionale". Femmicidio è comunque una parola costantemente temuta. Barbara Spinelli le ha riservato un saggio, edito da Franco Angeli, Femminicidio, dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale. Nel suo saggio si va alla radice storica ed etimologica del termine stesso, ripercorrendo  la strage delle donne di Ciudad Juarez, "la violenza fisica, psicologica, economica, istituzionale, rivolta contro la donna in quanto donna". Nel saggio della Spinelli hanno un ruolo rilevante le tesi sulle cause del femminicidio in Centroamerica così come le ricerche in loco e gli sviluppi sul piano girisdizionale e politico, fino ad arrivare "alla richiesta di riconoscimento giuridico del femminicidio come specifico reato e crimine contro l’umanità".

Personalmente la parola Femminicidio fa rabbrividire per i significati, molteplici ma difatto unici e continuamente ripetibili nelle aule di tribunali, nelle sentenze, nei telegiornali e nei quotidiani, che il termine contiene. Femminicidio evoca qualcosa di orrendo, qualcosa che non è stato insegnato nelle scuole, quindi non eravamo preparate culturalmente, non avevamo la forza psicologica e fisica per sopportare l'efferata crudeltà del termine. Mi sembra opportuno ricordare l'intervento di Lella Costa che, nella puntata de L'infedele  del 30 aprile, canta "le donne" ma anche "le audaci imprese" nel spiegare che "la questione femminile è la questione femminile".

Femminicidio: il fatto è infame, e del suo orrore fa parte la rinuncia antica a dargli un nome proprio, scrive Adriano Sofri in un articolo su La Repubblica. Capita di passare e anche di inciampare. Ma uccidere può capitare? Dura tanto far finire la vita. Quattro giorni e c'è un'altra festa. Della donna, dicono, ma non per lei. Né per noi, scrive Mariapia Veladiano. E di nuovo vorrei ricordare il libro di Barbara Spinelli in quanto è l'unico (e si spera che inauguri un ungo filone di letteratura) che restituisca ai lettori una visione completa ed esauriente della storia, delle implicazioni giuridiche, delle tesi e delle ricerche sul femminicidio stesso.

Spostando lo sguardo al settore editoriale, il femmicidio assume altre forme, più subdole e viscide ma comunque evidenti: Loredana Lipperini ha ricordato gli studi che sta maturando (seguendo il modello americano) sul numero delle volte che le donne trovano spazio in antologie, riviste e quotidiani. Facendo qualche esempio sono emersi degli aspetti inquietanti del settore editoriale italiano: non solo le donne vengono relegate in un ingiustificato cono d'ombra ma vengono anche dimenticate dalla stessa letteratura oppure denigrate, colpendo le loro capacità artistiche. 

Per combattere il maschilismo pervasivo sarebbe meglio abbandonare il piede di guerra e utilizzare l'intelligenza femminile che si contraddistingue per sensibilità e acutezza nel percepire il problema. La guerra lasciamola fare a chi usa la violenza, a chi usa solo quel tipo di linguaggio. Per quanto concerne il femminicidio credo che, come ha magistralmente esposto la Spinelli in un articolo su Il Corriere della Sera, con femminicidio ci si riferisce a "donne e uomini coraggiosi nella denuncia di una cultura che odia le donne e di una politica inerte, inadeguata nelle reazioni. Giornalisti coraggiosi e attiviste che hanno pagato con la vita la scelta di informare e denunciare le violazioni dei diritti delle donne che avvenivano nei loro Paesi. Si parla di donne che da vittime si sono trasformate in soggetti politici artefici del cambiamento della realtà nel loro Paese.
Forse vale la pena conoscere questa storia, appassionarsi a questi volti, a queste battaglie, prima di decidere se chiamare o no, le nostre donne assassinate, femminicidi". 

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