domenica 10 giugno 2012

Diario della Domenica: Egon Schiele, Campo del paesaggio - ricordi del passato


Il nome di Egon Schiele viene spesso accostato agli audaci ritratti e autoritratti composti agli inizi del Novecento. Artista secessionista ed esponente dell'espressionismo europeo, Egon Schiele ha trasposto sulla tela il tratto nervoso e tagliente distintivo di un carattere autocritico volto, per lo più, all'analisi psicoanalitica e alla comprensione degli aspetti inconsci del proprio essere per raggiungere una corretta percezione di se stesso. Abbracciando la lezione di Freud relativa l'analisi di se stessi come fondamento per la conseguente e successiva analisi degli altri, Schiele consegna al pubblico dei ritratti spietati e disperati dove ad essere messo a nudo non è solo il corpo ma anche, e soprattutto, gli atteggiamenti intimi, le fragilità individuali, le paure e le angosce, i vizi e ciò che di più deplorevole tende ad essere celato al pubblico. E' una fragile violenza, un contrasto di enigmi, un'esplosione di silenzi il bailamme dipinto da Schiele.

Eppure la produzione dell'artista austriaco, allievo dell'eclettico e decorativo Gustave Klimt e  del pittore (nonché professore all'Accademia delle Belle Arti di Vienna) Christian Griepenkerl, presenta anche paesaggi campestri come Campo del paesaggio (Kreuzberg vicino a Krumau), in cui la composizione cromatica ricorda baluginanti eruzioni emotive, l'alternanza dei colori sembra una danza macabra che  corre parallela alle sensazioni dell'artista. Non viene abbandonato, difatti, il tratto nervoso e la linea spezzettata, l'immagine nuda, scoperta nella sua inesorabile caducità.

Sfogliando un catalogo delle opere di Egon Schiele, questo quadro mi ha riportato alla memoria gli approfondimenti per la tesi di maturità. Erano anni in cui divoravo libri come fosse la cosa più normale di questo mondo (ed è così ancora adesso), leggevo compulsivamente qualsiasi cosa mi capitasse fra le mani, disdegnavo tuttavia parecchi saggi, soprattutto quelli che dispensavano consigli sulla felicità dell'animo umano nella società contemporanea. 

All'epoca (e detto così sembra che siano trascorsi decenni) ingerivo parole di ogni tipo, senza troppo soffermarmi sul loro significato (creando quindi dei vuoti di comprensione spesso imbarazzanti) certa che l'esperienza avrebbe riempito, a suon di calci, quelle mancanze. Peccavo, come tanti diciottenni, di superficialità e ingenuità verso la vita. Coltivavo i miei sogni sulla carta e assaporavo, ogni giorno, il piacere dell'isolamento dovuto ad una non predisposizione al rapporto con le mie coetanee. Alcune le consideravo troppo "semplici", altre inarrivabili. Nel mezzo c'era di tutto. Io non stavo né a destra né a sinistra, tantomeno al centro. Fu così che mi accostai (o forse sarebbe meglio ammettere che mi rifugiai) nella lettura di romanzi e saggi, tra questi anche saggi sull'espressionismo austriaco. Il nome di Schiele spiccava, accanto vi erano Klimt e Kokoscka.

Non si riescono mai a spiegare le ragioni per le quali ci attira maggiormente un pittore o una sua opera in particolare, tanto da catturare morbosamente la nostra attenzione. Non si riescono a spiegare le ragioni di un richiamo atavico che udiamo provenire (e ne siamo sicuri, lo sentiamo) da un quadro, da una serie di opere, dall'intera produzione di un artista. Quella primavera per me accadde esattamente questo. Le opere di Schiele presero il soppravvento sulle mie letture e iniziai a documentarmi su questo affascinante e triste artista.
Oggi in quel quadro vedo qualcosa che ha a che fare con la mia terra d'origine, fatta di campi, distese interminabili di campi, odore forte di erba tagliata, di legna bruciata, solitudine. Vuoto. lo stesso vuoto che percipii quando vidi, per la prima volta parecchi anni fa, Campo del paesaggio.

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