mercoledì 16 maggio 2012

L'importanza delle parole a Quello che (non) ho


E' con le parole che si fa la storia. Saviano e Fazio lo stanno dimostrando da due giorni attraverso il programma Quello che (non) ho in onda su La7. La parola che ho scelto la tratto qui, perchè mi sembra di avere più spazio, più tempo e forse perchè tra queste pagine mi sento a casa. 

Giovane. Sei giovane quando torni a casa e trovi la pasta fumante nel piatto e tua mamma fa la spola dalla cucina al salotto, come una formica operosa, imbandendo la tavola con cibi succulenti. Sei giovane quando il sabato ti svegli alle nove del mattino con il folletto di tua mamma che sbatte contro la porta della camera da letto. Sei giovane quando apri l'armadio e trovi sempre i vestiti piegati e stirati come vuoi tu. Sei giovane quando le amiche di tua mamma ti guardano sorridendo e dicono: "Che bell'età!". Sei giovane quando ti ritrovi alle quattro del mattino a guardare il cielo, con una birra gelata tra le mani, in piena estate noncurante che, pochi giorni dopo, ci sarà l'orale di maturità. Sei giovane quando ti sudano le mani se lui (lei) ti guarda. Sei giovane quando sei convinto che basteranno le specializzazioni o un master per trovare lavoro. Sei giovane quando esci di casa senza guardati allo specchio. Sei giovane quando credi che sarà per sempre.

Siamo tutti un po' così, da giovani. Poi i cambiamenti ci impongono a modificare lo stile di vita, dimezzare l'energia che dedicavamo a noi stessi. Improvvisamente diventiamo mutevoli sotto l'effetto delle mutazioni stesse le quali, talvolta, sono frutto di nostre decisioni spesso, invece, vengono imposte dall'esterno. Ed è a questo punto che si sgretola il nostro essere giovani. Improvvisamente abbandoniamo la freschezza e la spensieratezza per abbracciare la complessità. Per me essere giovani significa un po' tutto questo e molto ancora. Devo scavare e andare dove fa più male per apprendere, con sconcertante stupore, che tale parola si lega ad altre due: rincorrere e lavoro. 

Rincorrere. Lasciai casa con la vita sulle spalle, certa che non avrei più avuto tempo per guardarmi indietro. Il futuro era davanti a me e quindi feci un bel respiro perché la strada che mi aspettava non mi avrebbe offerto momenti di sosta. Iniziò così la mia corsa continua, a volte estenuante, incerta, tremante, capricciosa ma anche caparbia e irrefrenabile. Correvo, o meglio rincorrevo, i sogni mentre mia madre, tormentoso ricordo di una vita lontana, mi guardava con approvazione. Non che non mi fosse stata vicina negli anni precedenti mentre afferravo altri sogni, con semplicità d'animo e ingenuità di sguardo, ma ora era diverso. Ora non le appartenevo più. 

Quando lasciai la pianura e i suoi odori per stabilirmi a Roma pensavo, da illusa e ingenua quale ero, che ce l'avrei fatta grazie ai miei studi, ai premi, alle specializzazioni, alle esperienze acquisite negli anni, alle ricerche fatte. Il tutto impastato con la voglia di imparare. Ricordo ancora l'abbraccio di mia madre prima di partire, così forte da togliermi il respiro. Quando ci staccammo nei suoi occhi vidi calare il buio e in quell'oceano scuro scivolarono gli anni trascorsi insieme. Non si può dimenticare un abbraccio del genere. Sembrava volermi ricordare (o forse lo stava ricordando a se stessa) che non sarei più stata di sua proprietà. Mi allontanavo con il corpo e con l'anima, gettandomi a pesce in un mare che entrambe non conoscevamo.  

Lavoro. E così da una vita sobria e pacata quale era stata prima del mio trasferimento, mi ritrovai, per mia stessa (s)ventura, in un vortice di situazioni bizzarre e stravaganti. Però non smisi mai di (rin)correre i sogni. Certo erano curiose, ma oserei anche dire contraddittorie, le situazioni in cui mi ritrovai per molto tempo (quasi due anni): redazioni che mi reputavano troppo specializzata, altre che mi sfottevano, proposte di stage non retribuito, ore su ore davanti alla tastiera di un pc per sentirsi dire che non c'erano i presupposti per un contratto (ma per lavorare in nero o, meglio ancora per loro, gratuitamente, non faticavano a snocciolarmi i "presupposti").

Ben presto mi ritrovai a rincorrere qualcosa che non volevo, però non riuscivo a fermarmi per riflettere; troppa era la foga, l'ansia e l'orgoglio. Eppure arriva sempre il momento in cui ci si trova con le spalle al muro, la gola secca, l'affanno che strozza la voce, le gambe che tremano. Quel giorno, quando la mia corsa si arrestò bruscamente, pensai a mia madre. Sarebbe stata ancora orgogliosa di me? Avrebbe capito?

Quanto sa essere dolcemente sadica nella sua complessità-semplicità la vita. Quanto sa essere poco incline ai nostri bisogni, ai nostri desideri. Quanto poco ci ascolta. E quanto poco la ascoltiamo noi. Per una volta lasciai quindi che la vita si prendesse il mio corpo, sbattendolo come si sbattono i polpi sul cemento ardente, lasciai che la vita mi facesse credere di potermi rifugiare in un limbo di irresponsabilità, lasciai che mi prendesse per i capelli trascinandomi per l'Europa fino a quando, tornata nella città delle cupole, trovai la serenità e la lucità di cui necessitavo per rincorrere, finalmente, me stessa.

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