giovedì 31 maggio 2012

Il diavolo di Tolstoj: passione, desiderio e follia nell'opera del grande romanziere russo


"Se mi diceste che posso scrivere un romanzo in cui offrire tutte le risposte che mi paiono giuste a tutte le questioni sociali, non dedicherei nemmeno due ore di lavoro a questo romanzo. Ma se mi diceste che quel che scrivo sarà letto dai bambini di oggi tra 20 anni e li farà piangere e ridere e amare la vita, io dedicherei a questo tutta la mia vita e tutte le mie forze".
Così scriveva Lev Tolstoj in una lettera nel 1864. E chissà cosa direbbe se sapesse che, dopo la sua morte, ieri come oggi e per molti decenni ancora, uno dei suoi racconti, Il diavolo, uscito postumo e appositamente non fatto pubblicare dall'autore stesso mentre era in vita, viene letto e riletto.

La figlia, Tatjana Tolstoj, ha delineato, con chiarezza d'intenti, il motivo per il quale il padre si oppose alla pubblicazione de Il diavolo: "esso contiene più di un tratto autobiografico. Egli preferì dunque nasconderlo per non ridestare una non sopita gelosia della moglie. L'argomento de Il diavolo fu ricavato dalla storia di un giudice della provincia di Tula che aveva una tresca con una contadina".  

E difatti una serie di personaggi appartenenti all'alta società russa, circondati da tenute in campagna, terreni e aziende da amministrare oltre che da un'ottima carriera politico-militare, affiancati da contadini umili e, talvolta, spregiudicati anima il vertiginoso fluire degli avvenimenti di una storia (in parte autobiografica) che presenta molteplici chiavi di lettura.

Se ci poniamo nell'ottica del protagonista, Evgenij Irtenev,  un giovane di buona famiglia a cui spetta una brillante carriera in ministero, la storia può essere letta come un lento e inesorabile declino del protagonista stesso il quale, indotto dalle bassezze dell'animo umano e incapace di tenere a bada l'istinto, trasforma, per sua stessa mano, una scappatella primaverile con una giovane contadina in una tragedia che lo porterà ad un'unica via d'uscita (due per essere precisi).

Trasferitosi nella tenuta in campagna per amministrare la proprietà in seguito alla morte del padre, chiudere i debiti che quest'ultimo aveva lasciati aperti, gestire lo zuccherificio e i terreni, Evgenij scopre non solo di aver bisogno di possedere un corpo femminile ma, soprattutto, di non poterne fare a meno. Dopo i primi e frettolosi incontri con Stepanida, una contadina del luogo il cui marito è sempre in città per lavoro, Evgenij desidera sempre di più, quasi in modo ossessivo, quel corpo snello, tosto e giovane. Di fronte a questa situazione Stepanida gioca dapprima con il suo corpo e, in seguito, con gli strani e morbosi sentimenti che il giovane Evgenij mostra per lei. A questo si aggiunge che Evgenij le dava spesso del denaro come aiuto alla sua famiglia e la cosa, venuta alle orecchie dei familiari della ragazza, aveva spinto gli stessi ad incoraggiare Stepanida nel mantenere viva la storia clandestina con il ricco e magnanimo Evgenij.

Invece la storia non poteva continuare, soprattutto dopo che Evgenij conosce Liza, una ragazza dolce, elegante nel comportamento e ingenua nei pensieri. Evgenij decide di chiedere la sua mano, nonostante la sua condizione economica non sia brillante. I due si sposano e a coronare il loro matrimonio sembra esserci tanto amore che darà vita (dopo un aborto) ad una figlia meravigliosa. Il quadro sembrerebbe essere perfetto ma qualcosa turba Evgenij soprattutto ogni volta che rivede Stepanida. La desidera, la vuole, lascia andare l'istinto e solo il fato impedisce, più volte, a Evgenij di tradire la moglie raggiungendo, in qualche capanno o nel fienile, la contadina.

La situazione precipita quando Evgenij ammette a se stesso di essere posseduto da Stepanida, il diavolo tentatore si è nascosto nel suo corpo e sta cercando di distruggere un giovane di buona famiglia. Questo è ciò che pensa Evgenij. Ma le elucubrazioni non si arrestano. Doveva per caso vivere con Stepanida e ammettere di essere stato "preso" da lei? oppure è con Liza che deve stare, una donna pulita con la quale ha una figlia? Evgenij non riesce più a sostenere una situazione del genere e la sua vita sembra essere arrivata a una scelta: Stepanida o Liza? Chi sceglierà e chi invece farà sparire dalla sua vita? O forse è lui che deve sparire?.

Il racconto prevede, nella versione originale, due diverse varianti nel finale: la prima vede la morte del protagonista, un suicidio avvenuto tra le mura domestiche, la seconda variante vede la morte di Stepanida per mano di Evgenij. In entrambi i casi l'autore riflette sul concetto di pazzia e asserisce che siamo tutti pazzi, "in particolar modo quelle persone che vedono negli altri i segni di una pazzia che non arrivano a scorgere in se stesse". 

Il diavolo non è solo un racconto dove l'amore diventa desiderio ossessivo del corpo di una donna, Il diavolo è soprattutto una riflessione circa i sentimenti, l'animo umano spesso in balia delle più bieche tentazioni di fronte alle quali non sa come comportarsi. Pensando alle tracce autobiografiche conservate in questo lungo racconto, Il diavolo appare anche come una riflessione o, per meglio dire, una confessione nella quale l'autore ammette ciò che immagina siano le sue colpe (anche se non mi sembra corretto chiamarle così), fantasticando sull'epilogo di una storia strascicata e rosicchiata dal tempo e dai rimorsi. Ma forse anche queste sono elucubrazioni che lasciano il tempo che trovano, la verità è racchiusa nella memoria di uno dei più grandi scrittori dell'Ottocento. 

martedì 29 maggio 2012

Breve riflessione sul potere della carta stampata



La libreria Arion di viale Libia, a Roma, ha esposto, in un'intera parete, i nomi storici (e non) della casa editrice Guanda. Vista da lontano, la parete sembrava un mosaico dove ogni tassello conserva una storia a se stante. Ecco che mi ha ricordato una piccola e preziosa opera d'arte. Testimonianza delle emozioni che possono ancora suscitare i libri cartacei in un'epoca storico-culturale come la nostra, in cui la primavera digitale sembrerebbe avvicinarsi sempre di più. 

lunedì 28 maggio 2012

Corsi e Rincorsi: Dossier 3° parte: Storia del Surrealismo dalle origini al Pop Surrealism


Primo Manifesto Surrealista di André Breton (1924)

"L'uomo, questo sognatore definitivo, sempre più scontento della propria sorte, con disagio fa il giro intorno agli oggetti di cui è costretto a far uso (...) Se conserva un po' di chiarezza non può che volgersi verso l'infanzia, la quale, quanto sia stata dura e torturata dalla sorveglianza degli educatori, nondimeno gli appare ricca d'incanti.  

(...) Solo la parola libertà ancora mi esalta. Io la credo atta a mantenere acceso indefinitivamente l'antico fanatismo degli uomini. Tra i tanti mali ereditati si deve pur riconoscere che la più grande libertà di spirito ci è lasciata. Sta a noi di non farne cattivo uso. (...) Solo l'immaginazione mi dà conto di ciò "che può essere" e questo mi basta per sollevare un poco il terribile interdetto; mi basta per  abbandonarmi a lei senza timore di errori (come se fosse possibile ingannarsi di più).

(...) L'immaginazione è forse sul punto di riconquistare i propri diritti. Vorrei dormire per potermi abbandonare ai dormienti come m'abbandono a coloro che mi leggono con occhi ben aperti; per fare cessare con questo argomento la prevalenza del ritmo cosciente del mio pensiero".

Poesia di Apollinaire tratta da Calligrammes
Ci sarebbero altre riflessioni, contenute nel primo Manifesto Surrealista del 1924, scritte da Breton e tanto  affascinanti quanto illuminanti come quelle riportate qui sopra. La sua opinione nei confronti dei concetti meraviglioso e fantastico, ulteriori approfondimenti sui termini sogno e lavoro ma anche scrittura, poesia e immaginazione. Vorrei soffermarmi tuttavia su un punto del Manifesto in cui Breton dice: "Soupault e io chiamammo surrealismo la nuova maniera d'espressione pura che tenevamo ancora per noi e della quale eravamo impazienti di beneficiare i nostri amici. (...) lo scegliemmo (...) generalmente sull'accezione nel senso di Apollinaire".

Se le poesie giovanili di Apollinaire si collocano nel quadro dell'ultimo simbolismo (Le Bestiaire ou Cortège d'Orphée del 1911 e il volume del 1918 Calligrammes) dove la parola rievoca il lirismo musicale e la forza della nota, le opere della maturità vedono l'energia evocativa della parola e la suggestione che la lega alle immagini celebrate. Per questo Apollinaire si avvicinò al cubismo prima e al surrealismo dopo (a tal proposito mi sembra doveroso ricordare il dramma surrealista del 1917  Les mamelles de Tirésias). 

Partendo da destra: André Breton con Aimé Maeght
In questo senso Breton definisce il surrealismo quale "automatismo psichico puro mediante il quale ci si propone di esprimere sia verbalmente, sia per iscritto o in altre maniere, il funzionamento reale del pensiero; è il dettato del pensiero, con assenza di ogni controllo esercitato dalla ragione, al di là di ogni preoccupazione estetica e morale".

André Breton era un poeta (e anche medico) che iniziò a frequentare le personalità più influenti in campo artistico e letterario nella Parigi degli anni '20. Persona colta e curiosa, i suoi interessi lo spinsero ad avvicinarsi alla filosofia, alla poesia romantica e alla psicoanalisi intervenendo, durante cene e incontri con illustri personaggi dell'epoca, nelle discussioni con argomenti che dimostravano una cultura e approfondita in ogni campo del sapere. André Breton sosteneva la soluzione dialettica degli opposti e il superamento delle contraddizioni insite nella società capitalista unendo al materialismo dialettico la psicoanalisi. Quello che Breton proporrà attraverso il surrealismo non è solo una libera scelta artistica ma anche e soprattutto uno stile di vita  e una scelta politica. Difatti egli parlò nel Manifesto del concetto di libertà e di quali strumenti utilizzare, in primis l'immaginazione .

E' proprio con l'immaginazione che si va oltre la realtà, toccando la surrealtà dove il sogno ha la preminenza sulla veglia e, talvolta, le due fasi si fondono in un'armonica esistenza. Attraverso il surrealismo, si apre la strada alla pittura onirica di molti artisti che, partendo dai primi anni '20, si avvicinarono, alternando momenti di distacco, al Surrealismo così come fu teorizzato nel primo manifesto da Breton stesso.  


Bibliografia:

Le avanguardie artistiche del Novecento, Mario De Micheli, Universale Economica Feltrinelli, 2005
Dada e surrealismo, Marta Ragozzino, Atlanti Universali Giunti, 1998
Fenomenologie dell'immaginario, Michel Maffessoli, Silvia Leonzi (a cura di), Armando Editore, 2009
Balthus, Sgarbi Vittorio, Giunti Editore, 2001
La forma e le scritture, una lettura critica del Modernismo, Peter Nicholls, Armando Editore, 2000

Nota al testo: Se vi siete persi la prima e la seconda parte del Dossier di seguito i rispettivi link: Dossier 1° parte, Dossier 2° parte


domenica 27 maggio 2012

Diario della Domenica: Graffitismo e Street Art: l'Italia risponde alle nuove tendenze artistiche?


L'idea di postare immagini di alcune delle più moderne e affascinanti capitali europee le cui mura ospitano attraenti opere di street artist, nasce da una riflessione, in seguito ad alcune letture, sull'importanza di sdoganare un approccio alla street art troppo spesso esitante da un lato e ardito dall'altro. Penso a certi critici che si espongono parlando dei graffiti come mere azioni di "protesta tesa a danneggiare l'altro" oppure scrittori che guardano all'arte di strada con fare altezzoso, rifugiandosi nelle convinzioni secolari che hanno da sempre nutrito le loro conoscenze. 

Ecco quindi la necessità, in un blog che tratta anche di street art, di fare luce su questo tipo di arte, bistrattato e, nel caso italiano, poco considerato. I numeri dell'Italia, se paragonati a quelli americani, sono nettamente differenti. Tuttavia non possiamo permetterci di competere con chi ha partorito la street art. Personaggi come il writer Eric Felisbret (che ha recentemente pubblicato Graffiti New York, un saggio edito da Abrams Books e composto da più di 1000 immagini storiche e non sull'evoluzione del graffitismo nella grande mela) è stato uno dei primi a cercare di dare nuova vita alla stazione Grand Concourse nella 149esima strada. Ed è proprio in quel laboratorio creativo che non mancarono gli stimoli artistici e la volontà di dare voce a chi era costretto a nascondersi per fare arte. Felisbret si elegge quale leader di un movimento e di una cultura che conoscerà grande fortuna.

Con Eric Felisbret siamo negli anni '70, periodo in cui i writers iniziano a prendere una certa confidenza con le mura del Sounth Bronx di New York (ma è dagli anni '60 che si aggirano guardinghi per le strade della Grande Mela) per esprimere  un disagio profondo, un malessere e quindi per ritrovare quello spazio che la società americana sembra aver negato loro. Si tratta di afro-americani, portoricani e, più in generale, immigrati. 

Le radici del graffitismo sono da ricercare nella cultura hip hop, termine che risale alla cool culture dei musicisti bebop degli anni '40. Questa non è la sede per discutere della storia dell'hip hop culture in relazione al graffitismo e di quest'ultimo con la street art (a tal proposito consiglio la lettura di Painting Without Permission: Hip-Hop Graffiti Subculture di Janice Rahn del 2002 oppure Writing: storia, linguaggi, arte nei graffiti di strada edita da Castelvecchi nel 1999) tuttavia è importante sapere del legame viscerale che unisce hip hop, graffitismo e  street art.

In un quadro storico-culturale di questo tipo, si capisce come l'Italia parta svantaggiata in quanto nazione che importa e apprende un tipo di arte non propriamente sua. Nonostante ciò l'atteggiamento, come detto sopra, non è sempre stato accogliente nei confronti di un movimento artistico che rischia di trasformarsi in un movimento nascente proprio per i ritardi con i quali è stato accettato. Certo qualcuno potrebbe obbiettare che Castelvecchi ne parlava già nel '99 ma è risaputo che tale casa editrice sia particolarmente attenta alle nuove tendenze, alle avanguardie e alle innovazioni non solo in campo editoriale. Quindi, purtroppo, quella di Castelvecchi resta un'esperienza isolata nel panorama artistico-letterario italiano

Esperienza che ha avuto il merito di smuovere le acque e agitare gli animi di critici, giornalisti e anche artisti. Dopo i fermenti americani degli anni '70 e l'apporto dato da artisti come Keith Haring e Jean-Michel Basquiat negli anni '80 e proseguito negli anni '90 anche l'Italia inizia a volgere lo sguardo oltreoceano, molti artisti subiscono il fascino del graffitismo prima e della street art dopo e propongono le loro opere sulle mura delle maggiori città italiane. Da Milano a Roma, da Napoli a Bologna, l'Italia si colora di nuove tendenze artistiche. 

Ma si dovrà aspettare il terzo millennio perché la street art emerga dal cono d'ombra nella quale l'Italia la stava relegando. Nel 2007 è stata organizzata al PAC di Milano la mostra Street Art Sweet Art, appoggiata e sostenuta da Vittorio Sgarbi. 
Sempre nel 2007 viene fondata l’Associazione ISA Italian Street Art, con sede in Lombardia e attiva su tutto il territorio nazionale, "su intuizione di un gruppo di appassionati al tema della promozione culturale della street art nel 2007, riorganizzando esperienze associative partite negli anni ’90".

 
Alcuni anni prima su internet nasce UrbanTrash inizialmente "modesto archivio fotografico di graffiti, opere di street art" diventato poi nel 2008 "portale di graffiti, che viene tutt’ora alimentato periodicamente di opere di street art, gallerie di artisti, mostre ed eventi, ecc". 
Negli stessi anni nascono siti dedicati alla street art, al graffitismo e agli artisti, emergenti e non, in questo settore artistico.

Nonostante la fioritura, nell'ultimo decennio, di luoghi (virtuali e reali) dedicati alla street art e al graffitismo in Italia, la critica ancora non dedica abbastanza spazio a quest'arte storicamente rilevante e culturalmente imponente. Partire dal sottobosco sperimentale delle grandi metropoli italiane e allargare l'orizzonte alle nuove correnti artistiche e a chi dà voce alle stesse sarebbe forse il primo passo verso una vera struttura e organizzazione della street art italiana. Creare riviste riconosciute (ma soprattutto finanziate) da enti e ministeri (l'iniziativa legata alla street art italiana promossa dal Ministero della Gioventù e dall'ANCI nel 2011 non dovrebbe rimanere un caso isolato), dove famosi artisti e giovani emergenti trovano spazio per far conoscere le loro opere (penso a Juxtapoz Magazine o Hi-Fructose) potrebbe essere un modo per avvicinare il grande pubblico a un tipo di arte alternativa, che utilizza altri luoghi e altri strumenti ma che, nonostante ciò, ha voglia e bisogno di raccontare e raccontarsi. 

sabato 26 maggio 2012

Street Art Europea: fermata Praga, Repubblica Ceca





Street Art Europea: fermata Granada, Spagna







venerdì 25 maggio 2012

Street Art Europea: fermata Brick Lane, Londra






Lo street artist autore di queste opere è l'inglese Phlegm

Street Art Europea: Fermata Roma, Italia







Opere della street artist Alice Pasquini.

Street Art Europea: fermata Mannheim, Germania

sisters helping brothers helping sisters






Opere dello street artist Herakut.

Street Art Europea: Fermata Brest, Francia

Il mare, Brest - Francia
L'Arsenale, Brest - Francia


Festa della musica, Brest - Francia


Delle vere opere d'arte. E voi cosa ne pensate?

Le illustrazioni di Florian Nicolle: corrispondenze tra pittura e scrittura


Scoperto per caso, Florian Nicolle è un artista francese che da alcuni anni a questa parte di sta facendo notare grazie all'originalità e all'introspezione delle sue illustrazioni. Designer, grafico e illustratore freelance, Florian Nicolle ha deciso di seguire la sua passione, ovvero l'illustrazione.







Di questo artista francese viene decantato la freschezza del tratto, la spontaneità e la libertà nella scelte dei personaggi e delle loro emozioni. Florian Nicolle non rinuncia, tuttavia al rigore grafico e alla precisione (indicatori di una formazione di elevato livello) pur abbracciando l'introspezione e la sperimentazione. Quando parlo di sperimentazione mi riferisco al fatto che Florian Nicolle utilizza svariate e immediate tecniche come bic, pennelli, acquarelli e inchiostri.

Mi hanno colpito le parole di Florian Nicolle quando afferma che il suo intento è quello di disegnare come se stesse scrivendo un testo, utilizzando "lo stesso strumento, la stessa libertà, le cancellature, linee, scarabocchi..."

"Non ho copiato nessuno per quanto riguarda lo stile utilizzato nelle illustrazioni. Queste sono l'eredità di un mio apprendistato che ho iniziato all'età di 15 con il mio primo maestro". Fondamentali per la formazione di questo stile libero da vincoli ma tecnicamente rigoroso son state le lezioni di illustrazione "che ho frequentato nella scuola di Graphic Design" A tutto ciò si somma un atteggiamento curioso e attento alle nuove tendenze in campo artistico, alla sperimentazione, al fermento culturale francese ed anche europeo


La pittura come la letteratura veicolo di comunicazione, senza troppa enfasi, ma con grande voglia di condividere e raccontare. Ed ecco che Florina Nicolle utilizza supporti cartacei come giornali, riviste, locandine di film, poster e, successivamente, realizza il disegno con l'uso del pennello, dell'inchiostro o del tria marker. Da una fase di lavoro tradizionale si passa al digitale attraverso photoshop.





Nessuna enfasi nel lavoro di Florian Nicolle ma tanta spontanea emozione che portano ad ammirare un artista tanto giovane quanto prolifico.

martedì 22 maggio 2012

Mirò! Poesia e Luce in mostra al Chiostro del Bramante a Roma


La riconciliazione con la natura che abbraccia, in religioso silenzio, chiunque decida di stabilirsi nel suo ventre materno, unisce gli artisti più disparati, da Georgia O'Keeffe, che trascorre gli ultimi anni della sua vita a Taos, al pop surrealista Todd Schorr che si rifugia nel Cunnecticut, a Mirò che si stabilisce a Maiorca nel '56 ritrovando così il legame con le sue origini. Lo stesso artista dichiarerà di sentirsi come una pianta, lì vi sono le sue radici.

Il legame con la terra natia è sempre stato un leit motiv che ha scandito le opere e fatto da cornice alla vita di Mirò. Questo legame si è rafforzato in seguito al matrimonio, nel 1929,  con una ragazza dell'isola, Pilar Juncosa. Tuttavia è solo dopo il suo trasferimento a Maiorca nel '56, tra le mura dello studio fatto costruire dall'architetto e amico Josep Lluis Sert, che Mirò viene a contatto con l'anima e il cuore dei suoi dipinti. Sarà qui che realizzerà quadri fecondi ("il quadro deve essere fecondo, deve far nascere il mondo") solo dopo aver aver fatto un duro lavoro di autocritica su se stesso.


Autocritica che non risparmia atteggiamenti, potremo dire, estremi come rompere tele e rifiutare molti lavori precedenti. A Maiorca Mirò verrà in contatto con la luce e i colori dell'isola ma anche con la terra e il mare, con gli elementi naturali che caratterizzano l'isola. Inizia così un periodo di analisi su ciò che è stato il suo lavoro fino a quel momento a cui fa seguito un uso del colore e della tela istintivo e gestuale. La gestualità, il rapporto con dita, mani e piedi diventa fondamentale per le opere di Mirò che caratterizzano quest'ultimo trentennio della sua attività.

Strizzare il colore sulla tela e lavorarlo come se stesse suonando il piano; questo è ciò che afferma l'artista durante un'intervista e difatti osservare le opere, frutto di questi impulsi iniziali e istintivi che si tramutano in tele a forte impatto visivo ed emotivo, è un piacere per lo spirito e per la mente. Poesia del 1966, Uccello del 1972, Donna della notte del 1973, sono solo alcune delle opere da cui emerge un'aggressività plastica e una volontà (innata e totalmente istintiva) di far emergere gli stati più reconditi di ciò che è celato dentro lui (basti pensare alla rappresentazioni che fa del padre). 

Gli ultimi trent'anni della carriera di Mirò sono volti ad una ricerca e ad un lavoro fecondo  su se stesso che porta ad una sconfinata creatività, a un mondo immaginario e fantastico abitato dai personaggi che animano i paesaggi rappresentati. Da una forza e un'aggressività plastica che potrebbe avvicinarlo al dadaismo, si passa alla gestualità propria dell'espressionismo. Eppure non si può dire che l'arte di Mirò appartenga a questa o a quella corrente artistica o movimento. L'arte di Mirò è l'espressione di un momento di libertà assoluta, libertà che risponde a leggi personali, che non hanno vere e proprie ragioni come il numero delle tele che deve essere sempre pari (i numeri dispari gli mettono tristezza). 

C'è un amore spasmodico e un legame viscerale con i colori e con le tele, un attaccamento primordiale alla sua terra, al corpo e a tutto ciò che si può fare attraverso il corpo. L'arte che esce dal corpo stesso, l'arte come proseguimento dell'artista. Penso anche alle sue sculture come Donna del 1967, Uccello appollaiato su albero del 1970 ed Equilibrista del 1969, argilla modellata con le mani, creazioni che partono da un'idea e che prendono forma e poi colore.

A Mirò è dedicata la mostra Poesia e Luce al Chiostro del Bramante a Roma fino al 10 giugno, realizzata proprio sulla base di quest'ultimo trentennio che l'artista ha trascorso a Maiorca. "Maiorca è la poesia e la luce" afferma Mirò nel '57 e le opere esposte rappresentano il lungo percorso che ha portato all'esternazione della luce e della poesia nelle sue opere. Tele, sculture, oggetti proveniente dal suo studio, tutto ciò ricostruisce parte della vita di un grande e inimitabile artista. 

lunedì 21 maggio 2012

Green Blood: la natura in mostra alla Dorothy Circus Gallery

Natura come principio e causa del movimento e della quiete. Natura come dimensione del divenire e della potenza. Natura come regno dei simboli che il poeta riesce a decifrare e interpretare. Natura come madre, natura come superamento e creazione di una nuova sensibilità. Dalla filosofia alle avanguardie novecentesche, dall'arte pittorica alla storia e alla letteratura, ogni settore del sapere ha, da sempre, riflettuto circa la natura e i suoi elementi.

Simbolo per eccellenza della natura è l'albero, figura mitica che racchiude la ricorsività dei suoi elementi. Nella ricorsività, il legame con l'uomo, è tanto evidente quanto forte e il fatto che il nostro sangue differisca da quello della natura solo per un atomo, il magnesio al posto del ferro, non fa che rafforzare questo legame.

Nella cabala l'albero è il programma secondo il quale si è svolta la creazione dei mondi. E' il cammino di discesa lungo la quale le anime e le creature hanno raggiunto la loro forma attuale. Esso è anche il sentiero di risalita, attraverso cui l’intero creato può ritornare al traguardo cui tutto anela: l’unità del “grembo del Creatore”.

Agli alberi e agli elementi naturali è dedicata la mostra Green Blood presso la Dorothy Circus Gallery, curata dalla stessa gallerista, Alexandra Mazzanti insieme a Tara McPherson, artista pop surrealista newyorkese. la Dorothy Circus Gallery a via dei pettinari a Roma ospita da anni nomi famosi della scena pop surrealista internazionale e anche per questa mostra non si fa mancare nessuno:

Tara McPherson, Jeff Soto, Martin Wittfooth, Travis Louie, Lola, Brandi Milne, Leila Ataya, Nicoletta Ceccoli, Roland Tamayo, Ana Bagayan, Scott Musgrove, Yosuke Ueno, Sergio Mora, Dave Cooper, Paolo Guido, Afan, Alessia Iannetti, Anastasia Kurakina, Gary Baseman, Kathie Olivas, Brandt Peters, Chris Ryniak, Ixie Darkonn, Amanda Spayd, Mr Klevra e Corine Perier.

L'inaugurazione della mostra Green Blood si terrà il 14 Giugno. Ogni artista parteciperà con un’opera inedita composta appositamente sul tema. Il 50% del ricavato delle vendite verrà devoluto all’Associazione Greenpeace. 

domenica 20 maggio 2012

Diario della domenica: Stella di mare, Lucio Dalla

Lui sa perché.

Stella di mare 

Così stanca da non dormire 
le due di notte 
non c’è niente da fare 
mi piace tanto poterti toccare 
o stare ferma 
e sentirti respirare 
dormi già, pelle bianca 
come sarà la mia faccia stanca. 

Provo a girare il mio cuscino 
ma è una scusa 
per venirti più vicino 
e provo a svegliarti 
con un pò di tosse 
ma tu ti giri come niente fosse. 

E spengo la luce 
provo a dormire 
ma tu con la mano 
mi vieni a cercare 
tu come me 
tu come me. 

Che le stelle della notte 
fossero ai tuoi piedi 
che potessi essere meglio 
di quello che vedi 
avessi qualcosa da regalarti 
e se non ti avessi 
uscirei fuori a comprarti 
stella di mare 
tra le lenzuola
la nostra barca e non naviga, 
vola.

Tu, tu come me 
e tu voli con me
tu vola che si è alzato il vento
vento di notte, vento che stanca
stella di mare 
come sei bello
come sei bello 
e come è bella 
la tua pelle bianca
e tu, tu voli con me, 
tu voli con me
tu vola con me, 
vola amore mio
vola con me.

Chiudi gli occhi e non guardarti
intorno, sta già entrando 
la luce del giorno, 
e chiudi gli occhi 
e non farti trovare 
pelle bianca di luna
devi scappare.

Dormi ora, stella mia, 
prima che il giorno ti porti via.
Tu, tu voli con me, 
tu voli con me
Ora non voli 
si è fermato il vento
posso guardare la tua faccia stanca
e quando dormi 
come sei bello
come sei bello, 
e come è bella la
tua pella bianca, bianca, bianca.

Tu, tu, tu come me, 
eh tu, eh tu
come me, come me, 
tu voli, voli
con me, tu come me, 
tu vola con
me, vola con me, 
come me, tu, tu
come me.

Lucio Dalla

venerdì 18 maggio 2012

Pensieri sparsi e vuoto musicale

Mi piace immaginare di essere un funambolo.
Sotto di me il mare, sopra la testa il cielo grigio.
Nuvole gonfie di pioggia.
Mi piace immaginare una città senza tetti,
una casa senza finestre,
un gatto senza coda e un cuore morto che batte.
Solo.

Non era una poesia (non abbiate paura, non mi cimenterò in cose che potrebbero farvi rabbrividire). Diciamo che sono pensieri sparsi,  attimi di inquietudine, momenti di abbandono. Se chiudo gli occhi sento una musica che più o meno somiglia a questa (Lana del Rey, Born to die):



Come nasce un artista: il Pop Surrealism di Todd Schorr dagli esordi fino allo show Merry Karnowsky Gallery


Che Todd Schorr sia uno dei massimo esponenti del Pop surrealism è risaputo e riconosciuto non solo dal pubblico e dagli appassionati dell'avanguardia artistica ma anche dalla critica tutta. Nonostante ciò c'è sempre un certo fascino quando ci si addentra tra le opere di Todd Schorr. Se potessi vivere la stessa avventura di Alice nel paese delle meraviglie direi che si tratta di una sensazione simile. 

Potrebbe risultare un po' stravagante questa affermazione eppure, se per un attimo accantoniamo la tecnica pittorica di questo artista pop surrealista, possiamo notiamo che la struttura alla base delle sue opere è un'allegoria dove l'ironia, l'intrattenimento, il misticismo e la ritualità hanno un ruolo fondamentale.

Attraverso i suoi lavori, Schorr racconta storie dai bizzarri intrecci narrativi con estrema chiarezza e determinazione creando quelle che Robert Williams ha definito nel 1997 "pop pictorial poetry". Nelle sue tele ritroviamo l'America degli anni '50, il dopoguerra e l'"epopea" del consumismo

La sua formazione è avvenuta in anni decisivi per le scoperte spaziali e le innovazione tecnologiche, l'energia atomica, il boom economico, la pubblicità e la cartellonistica queste ultime come nuove espressioni artistiche reinterpretate dai padri della Pop art, Andy Warhol e Roy Lichtenstein

Todd Schorr è sempre stato attrato dai cartoni della Disney, della Warner Brothers, di Tex Avery e Max Fleischer. Inoltre si è avvicinato, fin da bambino, allo studio attento e dettagliato della storia dell'uomo grazie alle lettura del National Geographic a cui i genitori erano abbonati.

La passione per i cartoni, come dichiara l'artista stesso nel saggio, edito da Last Gasp, Secret mystic rites ha subito un'accelerazione quando Todd, allora molto piccolo, vide dei quadri di Salvador Dalì. I suoi genitori erano soliti portare lui e la sorella nei musei fin da piccini ed è proprio durante una di queste mostre che Todd resta ammaliato dalle tele di Dalì in particolare dall'opera Great Battle of Tetuan.

Tutto ciò ha avuto un forte impatto su Todd Schorr che, dopo aver frequentato il Philadelphia College of Art acquisisce nozioni e si avvicina all'arte dei maestri europei Da Vinci e Bosch (grazie anche al precedente viaggio di due mesi proprio in Europa). Schorr inizia ben presto a ricevere dei lavori su commissione mentre, dopo la laurea, si trasferisce a New York e lì inizia a collaborare con gli AC/DC per le cover ai loro album, con i registi e produttori George Lucas e Francis Ford Coppola per le locandine ai film e con riviste come Time per la realizzazione copertine.  

Ma sarà con il trasferimento nel Connecticut che Todd Schorr indagherà sull'arte e riuscirà ad esprimersi al meglio circondato da un ambiente rurale e isolato dalla mondanità di Manhattan. Le sue opere sono la massiva espressione dell'esperienza pop dagli anni Ottanta fino ad oggi. Il Pop surrealism di Todd Schorr, animato da strani personaggi in ambientazioni mitiche e storiche, è riscoperta e rinnovamento continuo.


La fantasia e l'immaginazione di questo artista sono state stimolate e nutrite fin dalla tenera età da genitori interessati e curiosi di sapere. Oggi Todd Schorr è uno dei massimi esponenti del pop surrealism internazionale.

Ps: Todd Schorr esibirà le sue nuove opere alla Merry Karnowsky Gallery di Los Angeles con uno show dal titolo “Neverlasting Miracles”.

mercoledì 16 maggio 2012

L'importanza delle parole a Quello che (non) ho


E' con le parole che si fa la storia. Saviano e Fazio lo stanno dimostrando da due giorni attraverso il programma Quello che (non) ho in onda su La7. La parola che ho scelto la tratto qui, perchè mi sembra di avere più spazio, più tempo e forse perchè tra queste pagine mi sento a casa. 

Giovane. Sei giovane quando torni a casa e trovi la pasta fumante nel piatto e tua mamma fa la spola dalla cucina al salotto, come una formica operosa, imbandendo la tavola con cibi succulenti. Sei giovane quando il sabato ti svegli alle nove del mattino con il folletto di tua mamma che sbatte contro la porta della camera da letto. Sei giovane quando apri l'armadio e trovi sempre i vestiti piegati e stirati come vuoi tu. Sei giovane quando le amiche di tua mamma ti guardano sorridendo e dicono: "Che bell'età!". Sei giovane quando ti ritrovi alle quattro del mattino a guardare il cielo, con una birra gelata tra le mani, in piena estate noncurante che, pochi giorni dopo, ci sarà l'orale di maturità. Sei giovane quando ti sudano le mani se lui (lei) ti guarda. Sei giovane quando sei convinto che basteranno le specializzazioni o un master per trovare lavoro. Sei giovane quando esci di casa senza guardati allo specchio. Sei giovane quando credi che sarà per sempre.

Siamo tutti un po' così, da giovani. Poi i cambiamenti ci impongono a modificare lo stile di vita, dimezzare l'energia che dedicavamo a noi stessi. Improvvisamente diventiamo mutevoli sotto l'effetto delle mutazioni stesse le quali, talvolta, sono frutto di nostre decisioni spesso, invece, vengono imposte dall'esterno. Ed è a questo punto che si sgretola il nostro essere giovani. Improvvisamente abbandoniamo la freschezza e la spensieratezza per abbracciare la complessità. Per me essere giovani significa un po' tutto questo e molto ancora. Devo scavare e andare dove fa più male per apprendere, con sconcertante stupore, che tale parola si lega ad altre due: rincorrere e lavoro. 

Rincorrere. Lasciai casa con la vita sulle spalle, certa che non avrei più avuto tempo per guardarmi indietro. Il futuro era davanti a me e quindi feci un bel respiro perché la strada che mi aspettava non mi avrebbe offerto momenti di sosta. Iniziò così la mia corsa continua, a volte estenuante, incerta, tremante, capricciosa ma anche caparbia e irrefrenabile. Correvo, o meglio rincorrevo, i sogni mentre mia madre, tormentoso ricordo di una vita lontana, mi guardava con approvazione. Non che non mi fosse stata vicina negli anni precedenti mentre afferravo altri sogni, con semplicità d'animo e ingenuità di sguardo, ma ora era diverso. Ora non le appartenevo più. 

Quando lasciai la pianura e i suoi odori per stabilirmi a Roma pensavo, da illusa e ingenua quale ero, che ce l'avrei fatta grazie ai miei studi, ai premi, alle specializzazioni, alle esperienze acquisite negli anni, alle ricerche fatte. Il tutto impastato con la voglia di imparare. Ricordo ancora l'abbraccio di mia madre prima di partire, così forte da togliermi il respiro. Quando ci staccammo nei suoi occhi vidi calare il buio e in quell'oceano scuro scivolarono gli anni trascorsi insieme. Non si può dimenticare un abbraccio del genere. Sembrava volermi ricordare (o forse lo stava ricordando a se stessa) che non sarei più stata di sua proprietà. Mi allontanavo con il corpo e con l'anima, gettandomi a pesce in un mare che entrambe non conoscevamo.  

Lavoro. E così da una vita sobria e pacata quale era stata prima del mio trasferimento, mi ritrovai, per mia stessa (s)ventura, in un vortice di situazioni bizzarre e stravaganti. Però non smisi mai di (rin)correre i sogni. Certo erano curiose, ma oserei anche dire contraddittorie, le situazioni in cui mi ritrovai per molto tempo (quasi due anni): redazioni che mi reputavano troppo specializzata, altre che mi sfottevano, proposte di stage non retribuito, ore su ore davanti alla tastiera di un pc per sentirsi dire che non c'erano i presupposti per un contratto (ma per lavorare in nero o, meglio ancora per loro, gratuitamente, non faticavano a snocciolarmi i "presupposti").

Ben presto mi ritrovai a rincorrere qualcosa che non volevo, però non riuscivo a fermarmi per riflettere; troppa era la foga, l'ansia e l'orgoglio. Eppure arriva sempre il momento in cui ci si trova con le spalle al muro, la gola secca, l'affanno che strozza la voce, le gambe che tremano. Quel giorno, quando la mia corsa si arrestò bruscamente, pensai a mia madre. Sarebbe stata ancora orgogliosa di me? Avrebbe capito?

Quanto sa essere dolcemente sadica nella sua complessità-semplicità la vita. Quanto sa essere poco incline ai nostri bisogni, ai nostri desideri. Quanto poco ci ascolta. E quanto poco la ascoltiamo noi. Per una volta lasciai quindi che la vita si prendesse il mio corpo, sbattendolo come si sbattono i polpi sul cemento ardente, lasciai che la vita mi facesse credere di potermi rifugiare in un limbo di irresponsabilità, lasciai che mi prendesse per i capelli trascinandomi per l'Europa fino a quando, tornata nella città delle cupole, trovai la serenità e la lucità di cui necessitavo per rincorrere, finalmente, me stessa.

martedì 15 maggio 2012

La Divina Commedia illustrata da Go Nagai passando per le riflessioni Raymond Queneau


Come ha sottolineato Raymond Queneau in uno dei suoi tanti studi sulla letteratura occidentale, le radici della letteratura sono da ricercare in Omero al quale vengono attribuite l'Illiade e l'Odissea. Sul modello dell'Odissea sono state scritte altri grandi opere come il Satyricon, la Divina Commedia, il Don Chisciotte etc... 

Se ci concentriamo su ciò che Queneau ha dichiarato relativamente la Divina Commedia in relazione alla patafisica ovvero la scienza del paradosso e della matematizzazione impossibile inziata con Jarry (ma anche con Lewis Carroll), e diventata dottrina di una confraternita (capeggiata da Queneau) che l'11 maggio 1948 fonda, a Parigi, il Collegio di Patafisica, scopriamo che i patafisici non solo si incontrano periodicamente per elaborare il segreto della creatività,  ma stabiliscono "una matematica lieve della parola, una scienza della creatività applicata al fare letterario" (Piccoli esercizi di vertigine di Nicola Gaiarin sul sito www.eseresi.it). 

Riflessioni matematiche associate alla creatività letteraria e alla conoscenza profonda e dettagliata delle scibile umano. Una perfezione quasi impossibile da raggiungere ma che, per un maestro di stili letterari quali si è rivelato Queneau scrittore, non ci sembra cosa ardua da realizzare. Studi matematici dietro la Divina Commedia, numeri e formule che rivelerebbero dei messaggi esoterici, oltre alla simbologia che risiede in ogni singolo canto.

E il fascino della Divina Commedia non ha incantato solo matamatici e scrittori come Raymond Queneau, oppure professori, studiosi, appassionati di letteratura, linguisti, giuristi e storici ma anche illustratori e grandi fumettisti come Go Nagai. Famoso per due serie di cartoni animati, Devilman e Mazinga Z, Go Nagai ha avuto il merito di rivoluzionare e rivitalizzare l'immaginario collettivo giovanile. 

In entrambi i manga sopra citati, Go Nagai rappresenta un mondo dove il bene combatte il male attraverso la violenza, lanciando alle giovani generazioni, appassionate di questi manga, un messaggio per molti discutibile. Sempre dalla penna di questo grande artista verrà prodotta la fortunata serie conosciuta in Italia con il nome Goldrake mentre agli inizi degli anni Novanta, verrà promosso un nuovo modello di eroina: Kekko Kamen. Questa volta il manga, rivolto soprattutto ad un pubblico adulto, si rivela in tutta il suo erotismo e l'eroina mascherata avrà il compito di difendere le studentesse costrette a umiliazioni e vessazzioni durante le ore scolastiche.  

Quella inaugurata da Go Nagai è definita da Francesco Cappa (curatore del saggio Tracce di immaginario per Mimesis edizioni) scuola ortodossa. Le caratteristiche, come asserisce Cappa, sono la "forte ripetitività delle situazioni di combattimento in ogni episodio, che culminano con la vittoria dell'eroe", la figura del robot, la caratterizzazione antropomorfa dei robot, la presenza di nemici non umani e lunghe scene di trasformazione e preparazione dei robot per la battaglia.

Ciò che affascina è come Go Nagai si sia addentrato in quella selva oscura che aveva fatto smarrire la diritta via a Dante. E' un modo, quello di Go Nagai, di addentrarsi con aria trionfante, così sicuro della forza narrativa della materia trattata e dell'impatto che ha sul pubblico che decide di non essere fedele alla Divina Commedia di Dante: incontriamo infatti una Beatrice che potrebbe ricordare Kekko Kamen e un Dante ammaliato dal fascino della giovane ragazza; viene concesso poco spazio al Paradiso mentre si gioca con le forze oscure del male, con i simboli e con i personaggi principali dell'Inferno.

Ed è proprio nell'Inferno che Go Nagai offre il massimo di sé bilanciando, probabilmente, qualche mancanza relativa il Purgatorio e il Paradiso. I dialoghi accompagnano le illustrazioni con una naturalezza sorprendente, le immagini richiamano quelle di Gustave Doré (pittore e incisore oltre che illustratore dell'Ottocento, è famoso per aver illustrato la Divina Commedia), mentre l'atmosfera riflette quella dell'opera originale.

Trovandosi davanti a uno dei tre volumetti (datati 1994 per D-Visual) è impossibile non sfogliare le pagine senza la trepidazione per ciò che accadrà nella striscia successiva. E la forza della Divina Commedia illustrata da Go Nagai risiede proprio nel fatto che, nonostante si conosca a menadito la trama, Go Nagai riesce a rileggere l'opera originale e riproporla creando un alone di mistero e giustapponendo alcuni elementi che esaltano e riscrivono una delle opere fondamntali alla base della letteratura occidentale.

Questi tre volumetti, acquistabili in una fornita fumetteria, arricchiscono non solo la conoscenza delle opere di un grande mangaka giapponese (uno dei più importanti) ma anche il nostro personale sapere. Leggere e capire l'importanza e l'influenza che ha avuto la Divina Commedia anche in culture così distanti dalla nostra non può lasciarci indifferenti in quanto non si tratta di qualcosa che riguarda la storia della letteratura del Trecento ma è qualcosa che riguarda la nostra quotidianità, ciò che siamo diventati.