mercoledì 24 agosto 2011

Leggero il passo sui tatami: cultura e letteratura giapponese nel libro di Antonietta Pastore

L'amore tra una donna occidentale e un paese impenetrabile, intricato ma eternamente affascinante quale è appunto il Giappone. Questo è quello che apparentemente sembra essere il contenuto del romanzo di Antonietta Pastore, Leggero il passo sui tatami, pubblicato da Einaudi all'inizio del 2010. In realtà questo libro racconta molto di più di una semplice storia autobiografica. L'autrice conduce il lettore attraverso il suo personale viaggio, fisico e spirituale, nella "dimensione pittorica" nipponica, all'interno della sua cultura, contraddittoria ma al tempo stesso ragionata ed equilibrata, elegante ma kitsch, avanzata ma arretrata.  

Siamo nel 1977 e Antonietta Pastore vive già da due mesi in Giappone. Ha conosciuto in Europa colui che è diventato il marito, giapponese di origine, con il quale ha vissuto prima a Parigi "un'esistenza precaria ma spensierata" durata ben sette anni. Quando l'insoddisfazione ha iniziato a farsi sentire, i due coniugi hanno maturato l'idea di trasferirsi nel paese natale del marito, più precisamente a Itami, a nord-ovest di Osaka. I primi mesi rappresentano per Antonietta Pastore un momento di conoscenza nei confronti del luogo che la circonda. Consultando cartine e orientandosi grazie ai pochi ideogrammi imparati, prende treni e autobus, spingendosi così a Kobe. 

Antonietta è inizialmente affascinata dalla grazia delle donne, l'eleganza che caratterizza ogni loro movimento, ogni piccolo gesto anche il più banale come scartare una caramella o riempire un bicchiere d'acqua. Al contrario lei si sente goffa, ridicola per la spontaneità che dipinge i suoi movimenti, conseguenza di un'educazione avvenuta in Europa.
E la fascinazione continua, anche se si alterna a momenti di scetticismo dovuti all'incomprensione della cultura giapponese ad esempio, quando, con alcuni colleghi di lavoro, trascorre un fine settimana in montagna: altoparlanti che scandiscono i vari momenti della giornata, stanze dove uomini e donne dormono insieme sui futon disponendo i materassi in cerchio, con le teste al centro, saké e birra a volontà. 

Vivendo sempre di più la quotidianità, Antonietta ha come la sensazione che la troppa compostezza delle persone e la rigidità delle regole di vita mettano un freno alla spontaneità e quindi all'onestà dei rapporti interpersonali. L'autrice racconta infatti della difficoltà nel creare rapporti sinceri, nel capire che cosa davvero passa per la mente del suo interlocutore. La chiusura è ciò che non riesce più a sopportare. Di conseguenza anche il modo di guardare la terra nella quali vive inizia a mutare: la bellezza e la raffinatezza lasciano il posto a tutto ciò che di  kitsch si trova in Giappone, alle imitazioni delle metropoli occidentali, all'eccessivo frastuono, al disordine. E su questo sfondo, si fanno sentire l'arretratezza di certi aspetti culturali: l'episodio del matrimonio combinato tra due giovani ragazzi, sotto l'occhio incredulo di Antonietta, ne è l'esempio. Per questo l'autrice arriva a chiedersi dove si nascondano quei sentimenti folli, quel turbine di passioni, quelle emozioni che agitano gli animi dei personaggi della letteratura giapponese decantati nei libri di Soseki, Tanizaki e Kawabata.

Dovranno trascorrere ancora parecchi anni, Antonietta dovrà attendere gli inizi del 1980 per pulire la sua anima dai preconcetti e dagli stereotipi con i quali si è soliti guardare un paese che non è il proprio. Questo processo di liberalizzazione della mente e dello spirito dai pregiudizi è lungo ma, grazie all'apertura mentale dell'autrice e ad una certa disposizione della sua anima, Antonietta riuscirà a  capire fino in fondo il paese in cui vive, adattandosi ma senza per questo subire la cultura nipponica, vivendo con serenità, consapevole del fatto che il Giappone non è l'occidente. L'integrazione avverrà anche grazie ad alcune conoscenze femminili che l'aiuteranno meglio in questo percorso. 

Come dicevo all'inizio, Leggero il passo sui tatami, non è solo l'autobiografia di una donna occidentale che ha vissuto per anni in Giappone, ma è soprattutto un percorso esistenziale, un viaggio di integrazione che vede protagonista l'anima e la mente di questa donna prima ancora della sua persona fisica. La scrittrice scoprirà che ciò che reputiamo universale in realtà è molto relativo e circostanziato alla cultura all'interno la quale siamo cresciuti. Capire questo concetto e fare un balzo in avanti nel momento in cui ci si trova in una terra lontana dalla nostra è un pregio non comune. E di questo Antonietta Pastore ne ha dato testimonianza. 

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