venerdì 13 maggio 2011

Quando si dice in Italia non c'è lavoro

In Italia non c'è lavoro, la crescita è pari a zero, il governo non incentiva l'occupazione giovanile e non mette a disposizione i mezzi e gli strumenti perché tale occupazione si concretizzi. Sono cose risapute, ne sentiamo parlare ogni giorno eppure c'è una schiera di ragazzi che non demorde, che difende il proprio sapere con le unghie e con i denti, che accetta anche lavori sottopagati pur di pagare l'affitto e le spese mensili. In nome dell'indipendenza, della libertà.
Ma accanto a questa schiera di ragazzi, ce ne sono tanti altri, e su questi voglio porre l'accento, che scendono in piazza, sfilano, inveiscono contro il governo o contro il politico di turno ma che in realtà il lavoro non lo cercano seriamente e, forse, neppure lo vogliono. Sembrerà strano, molti si stupiranno ma è così.
Ecco quanto succede a Roma, in un'affermata azienda, di cui non farò il nome. Durante un colloquio per una figura che deve operare per alcuni mesi presso un cliente importante a livello nazionale e subito dopo all'interno dell'azienda stessa, andando ad ampliare l'organico interno, il candidato, dopo aver risposto in modo non eccelso al colloquio tecnico, rifiuta un lavoro da 1500 euro netti al mese.
Le motivazioni del candidato, laureato e con tanto di master, sono molteplici, le più significative riguardano la sua mancata motivazione ad intraprendere questo lavoro (al quale lui stesso ha mandato il curriculum vitae rispondendo all'annuncio) in quanto fare cinque chilometri in macchina per raggiungere il cliente dell'azienda in questione non fa per lui, inoltre nel posto di lavoro in cui si trova al momento ha già un contratto a tempo indeterminato. Alla domanda per quale azienda stia lavorando, il candidato risponde: presso una pizzeria al taglio.
I colloqui successivi sono pressoché identici. Si passa dal consulente esterno che chiede 350 euro nette all'ora (per tre ore di lavoro al giorno) dicendo che queste sono le tariffe base (il che non è assolutamente vero!), al ragazzetto, fresco di università, che rifiuta lo stage pagato a 1000 euro nette al mese perché, a suo dire, le sue capacità lo spingono a pretendere almeno 1800 euro.
Potrei andare avanti per ore, scrivere per giorni interi, raccontare di gente che, manda curriculum alle aziende e quando vengono ricontattati rispondono in modo scocciato e, nel peggiore dei casi, snobbano, a priori, l'azienda, senza neppure sentire di cosa si tratta.
Queste persone mi indignano profondamente, non sono ragazzi rappresentanti quella fetta di giovani italiani che lotta ogni giorno con direttori e datori di lavori che vorrebbero sfruttare le loro capacità, trarne il maggiore profitto per poi sbatterli fuori dal team non appena arriva un altro pollo da sfruttare. Insisto su questa parola, sfruttamento, perché se da un lato dobbiamo imparare a riconoscere quelle aziende che vogliono sfruttare le capacità dei giovani neolaureati o meno, dall'altro c'è una fascia di aziende serie che offre regolari contratti e buone retribuzioni ma che si scontra, ogni giorni, con persone arroganti, che fatto della loro arroganza una ragione di vita.
Mi ritorna in mente Saviano quando, un paio di mesi fa a Fazio diceva “la rivoluzione è che ognuno faccia il proprio lavoro”. E a quello che lui ha detto si deve aggiungere l'importanza di svolgere il proprio lavoro con una buona dose di volontà, impegno e umiltà. Quest'ultima è un'altra parola sottovalutata, snobbata, messa alla mercé degli idioti.

0 commenti:

Posta un commento