sabato 14 maggio 2011

Dall'articolo Voglio diventare madre: mi licenzio? di Flavia Amabile

Leggevo l'articolo pubblicato su La Stampa, Voglio diventare madre: mi licenzio? di Flavia Amabile, che riporta alcune testimonianza (due per l'esattezza) di donne che hanno lasciato il lavoro per dedicarsi alla comunicazione e scrittura sul web, occupazione che permetterebbe di trascorrere più tempo con i loro figli.

Questo articolo ha sollevato parecchie polemiche, si passa da coloro che hanno sottolineato come il tema maternità venga dato in pasto al popolo durante la campagna elettorale per poi sbarazzarsene e dimenticarsene velocemente, a coloro che si chiedono cosa stia a significare l'espressione "comunicazione scrittura sul web". Tuttavia l'articolo è stato riportato da molti siti che tutelano lo status delle donne incita e non solo, da siti politici, come i democratici e riformisti di Alessandria, ma anche da riviste e testate giornalistiche tutte la femminile.

Ho già avuto modo di parlare della mia condizione di futura mamma... questa situazione ha già cambiato la mia vita e quella di chi mi sta accanto e credo che ancora molti cambiamenti dovranno avvenire. Anch'io, come le due protagoniste dell'articolo di Flavia Amabile, avevo un lavoro nel settore pubblico, ben retribuito (ovviamente secondo i tempi e i modi che siamo soliti accettare in Italia!), e gratificante. Certo, non avevo un contratto a tempo indeterminato (e chi ce l'ha di questi tempi in Italia?) ma una giusta retribuzione e un lavoro che mi piaceva bastavano a svegliarmi con il sorriso, anche se la sveglia strillava alle sei del mattino (due ore di viaggio ogni giorno si dovevano affrontare in un modo o nell'altro). Il sorriso non ha smesso di accompagnarmi neppure dopo aver scoperto di essere incinta, ma nel posto dove mi trovavo non hanno impiegato molto a propormi, con molta gentilezza, un altro contratto che non aveva nulla a che vedere con ciò che facevo prima e questo mi indotto a pensare: "mi state per caso mettendo alla porta perché sono incinta e credete che non possa più tornare al lavoro?"

Il discorso sarebbe lungo, il concetto credo che si sia capito. Leggendo l'articolo di Flavia Amabile mi viene da pensare che sarebbe bello poter vivere di comunicazione e scrittura sul web. Lo faccio da anni. Ho scritto, scrivo, ho pubblicato, pubblico, scrivo anche se non pubblico perché la scrittura è la mia vita, non c'è nient'altro al mondo che voglia fare se non questo, non sono Baricco, non sono Cacucci, non sono la Nothomb e non sono neppure Saviano, però mi piace scrivere, ho passato l'infanzia circondata dai libri e voglio continuare a riempire le mie giornate delle emozioni che mi possono dare i libri stessi. Tuttavia non è facile guadagnare con la scrittura, specie se ci si scontra con testate giornalistiche che offrono tre mesi di prova gratuiti, al termine del quale ti dicono: "vorremmo che tu entrassi a far parte del nostro team, ci piace come scrivi, vediamo gli accessi che fanno i tuoi articoli, siamo sicuri che ci sarà modo anche di fare carriera. Tuttavia adesso non possiamo pagarti, speriamo non sia un problema per te..." . Certo che non è un problema, ho solo l'affitto da pagare e le bollette e quando mi va, ma solo quando mi va, faccio un po' di spesa e mangio qualcosa. Ma non è un problema se non mi pagate!
Questo discorso l'ho sentito parecchie volte. L'hanno fatto a me, l'hanno fatto a mie amiche, conoscenti, parenti più o meno stretti. Non è mai un problema, fino a quando ci devono pagare.

Oggi, con un bambino in grembo, la vedo dura poter vivere di sola scrittura. Continuerò a scrivere, perché questa è la mia vita, amo la scrittura a tal punto che non potrei mai lasciarla, ma ora non sono più sola, siamo in due, anzi in tre, e non posso permettermi di crescere mio figlio basandomi sulle incertezze del mondo editoriale e giornalistico.
Questo è un dato di fatto.

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