martedì 31 maggio 2011

Lavorare in gravidanza

Secondo giorno di lavoro in un'azienda che si occupa di progettazione, realizzazione e produzione di software, settore IT, information and communication technology. Grande responsabilità. Voglio affrontare al meglio questa occasione, apprendere il più possibile, nutrirmi della formazione quotidiana che mi viene offerta. L'idea di imparare cose nuove mi stimola e mi eccita, rende la mia mente versatile e la mia persona flessibile, aperta alle possibilità che la vita propone.

L'idea, poi, di affrontare questa avventura in due (mi riferisco a questo pesciolino che sta crescendo dentro di me) mi stimola ancora di più, rende più frizzante quest'avventura. Forse è presto per dirlo, e magari alcune mamme leggendo queste frasi penseranno ma non è possibile... eppure questa mattina mi è sembrato di sentirlo muovere, o meglio mi è sembrato di avvertire il battito del suo cuore. Lo so che sembra stranissimo, troppo presto direte voi, eppure è stato così. Ho svegliato il mio compagno e gli ho sussurrato quello che avevo appena sentito.

E così da due giorni porto il pesciolino al lavoro con me. Ed è la cosa più bella che ci possa essere. Ancora non gli vogliamo dargli un'identità, anche se c'è già un'ipotesi riguardante il sesso. Attendiamo la prossima ecografia, mentre lui o lei dorme dentro di me.

sabato 28 maggio 2011

Maternità e disoccupazione: cosa vuol dire essere mamme in Italia

Per dieci giorni non ho scritto, ma c'è un motivo e credo che quello che dirò oggi potrà interessare le future mamme e in generale le donne.
Ho fatto la trottola tra gli uffici di Roma per avere informazioni circa la mia posizione di donna incinta senza un lavoro. Mi sono recata alla sede Caf vicina a casa, dove un signore, "esperto" di maternità e disoccupazione, mi ha gentilmente ricevuto nella sala d'attesa perché, a suo dire, non c'era bisogno di ricevermi nello studio e di ascoltare quello che avevo da chiedergli. Nonostante abbia insistito, facendogli capire che prima di compilare moduli avevo bisogno di sapere quello a cui avevo diritto vista la mia posizione, questo gentile "esperto" non mi ha ascoltata e solo dopo venti minuti mi ha chiesto, per l'ennesima volta: "ma quindi lei non ha ancora partorito?", per l'ennesima volta mi ritrovo a rispondere: "come le ho detto sono al terzo mese", lui mi guarda perplesso e dice: "ah, quindi se le cose stanno così lei non ha diritto a nulla. Gli assegni erogati dall'Inps possono essere chiesti solo dopo la nascita del bambino".

Me ne vado scocciata per l'atteggiamento con il quale sono stata trattata e per come, in generale, trattano le persone anziane e le donne incita che erano lì con me. Un ufficio Inps dovrebbe ascoltare i problemi dei cittadini e dare delle risposte sicure, non riceverli nella sala d'attesa e dare risposte imprecise e approsimative.
Dopo essere stata in altri uffici dove le cose non sono andate meglio in quanto a trattamento riservato ai cittadini anziani e alle donne incita, concludo che certe istituzioni non funzionano nonostante viva nella capitale. La città eterna rischia di esserlo anche per la non tempestività delle risposte date dagli uffici pubblici.

Decido di rivolgermi al Caf Uil del paese in cui sono nata e finalmente riesco ad avere delle risposte che, udite udite, non somigliano neppure lontanamente a ciò che mi ha detto quel gentile "esperto" di maternità e disoccupazione. Tuttavia scopro un'amara verità ovvero che le donne in gravidanza che non hanno un lavoro perché precarie e che svolgono molte supplenze nelle scuole statali a tempo determinato, come la sottoscritta, e che magari non godono della disoccupazione a requisiti ridotti oppure di quella ordinaria in quanto, lo scorso anno, hanno lavorato ma non sono riuscite a raggiungere i requisiti di idoneità non hanno diritto, secondo le leggi italiane, all'indennità di maternità.

L'unica cosa a cui si ha diritto sembrerebbe si tratti di una forma di assegno erogato dall'Inps tre mesi prima del parto e due mesi dopo il parto oppure agli assegni comunali per la maternità, la cui domanda deve essere presentata entro sei mesi dalla data del parto presso il proprio municipio. Chi si trova nella mia stessa situazione ma vuole saperne di più, può leggere direttamente sul sito dell'Inps. Se invece qualcuno ha notato delle discrepanze in ciò che ho scritto oppure è a conoscenza di qualche dato che mi è sfuggito non esitate a scrivermi!

sabato 14 maggio 2011

Dall'articolo Voglio diventare madre: mi licenzio? di Flavia Amabile

Leggevo l'articolo pubblicato su La Stampa, Voglio diventare madre: mi licenzio? di Flavia Amabile, che riporta alcune testimonianza (due per l'esattezza) di donne che hanno lasciato il lavoro per dedicarsi alla comunicazione e scrittura sul web, occupazione che permetterebbe di trascorrere più tempo con i loro figli.

Questo articolo ha sollevato parecchie polemiche, si passa da coloro che hanno sottolineato come il tema maternità venga dato in pasto al popolo durante la campagna elettorale per poi sbarazzarsene e dimenticarsene velocemente, a coloro che si chiedono cosa stia a significare l'espressione "comunicazione scrittura sul web". Tuttavia l'articolo è stato riportato da molti siti che tutelano lo status delle donne incita e non solo, da siti politici, come i democratici e riformisti di Alessandria, ma anche da riviste e testate giornalistiche tutte la femminile.

Ho già avuto modo di parlare della mia condizione di futura mamma... questa situazione ha già cambiato la mia vita e quella di chi mi sta accanto e credo che ancora molti cambiamenti dovranno avvenire. Anch'io, come le due protagoniste dell'articolo di Flavia Amabile, avevo un lavoro nel settore pubblico, ben retribuito (ovviamente secondo i tempi e i modi che siamo soliti accettare in Italia!), e gratificante. Certo, non avevo un contratto a tempo indeterminato (e chi ce l'ha di questi tempi in Italia?) ma una giusta retribuzione e un lavoro che mi piaceva bastavano a svegliarmi con il sorriso, anche se la sveglia strillava alle sei del mattino (due ore di viaggio ogni giorno si dovevano affrontare in un modo o nell'altro). Il sorriso non ha smesso di accompagnarmi neppure dopo aver scoperto di essere incinta, ma nel posto dove mi trovavo non hanno impiegato molto a propormi, con molta gentilezza, un altro contratto che non aveva nulla a che vedere con ciò che facevo prima e questo mi indotto a pensare: "mi state per caso mettendo alla porta perché sono incinta e credete che non possa più tornare al lavoro?"

Il discorso sarebbe lungo, il concetto credo che si sia capito. Leggendo l'articolo di Flavia Amabile mi viene da pensare che sarebbe bello poter vivere di comunicazione e scrittura sul web. Lo faccio da anni. Ho scritto, scrivo, ho pubblicato, pubblico, scrivo anche se non pubblico perché la scrittura è la mia vita, non c'è nient'altro al mondo che voglia fare se non questo, non sono Baricco, non sono Cacucci, non sono la Nothomb e non sono neppure Saviano, però mi piace scrivere, ho passato l'infanzia circondata dai libri e voglio continuare a riempire le mie giornate delle emozioni che mi possono dare i libri stessi. Tuttavia non è facile guadagnare con la scrittura, specie se ci si scontra con testate giornalistiche che offrono tre mesi di prova gratuiti, al termine del quale ti dicono: "vorremmo che tu entrassi a far parte del nostro team, ci piace come scrivi, vediamo gli accessi che fanno i tuoi articoli, siamo sicuri che ci sarà modo anche di fare carriera. Tuttavia adesso non possiamo pagarti, speriamo non sia un problema per te..." . Certo che non è un problema, ho solo l'affitto da pagare e le bollette e quando mi va, ma solo quando mi va, faccio un po' di spesa e mangio qualcosa. Ma non è un problema se non mi pagate!
Questo discorso l'ho sentito parecchie volte. L'hanno fatto a me, l'hanno fatto a mie amiche, conoscenti, parenti più o meno stretti. Non è mai un problema, fino a quando ci devono pagare.

Oggi, con un bambino in grembo, la vedo dura poter vivere di sola scrittura. Continuerò a scrivere, perché questa è la mia vita, amo la scrittura a tal punto che non potrei mai lasciarla, ma ora non sono più sola, siamo in due, anzi in tre, e non posso permettermi di crescere mio figlio basandomi sulle incertezze del mondo editoriale e giornalistico.
Questo è un dato di fatto.

A proposito del referendum del 12 e 13 giugno

Il 12 maggio alle otto di mattina è arrivata una circolare interna RAI che vietava con effetti immediati a qualunque programma della RAI di toccare l'argomento fino al 12 e al 13 giugno, date in cui si terrà il referendum.

Il fatto che il Governo non faccia passare gli spot, sia sui canali RAI sia a Mediaset, è una chiara dimostrazione della volontà di non informare i cittadini italiani sulla situazione attuale e su ciò che accadrebbe nel caso drammatico in cui non si riuscisse a raggiungere il quorum.

Il referendum passa se viene raggiunto il quorum. Quindi è importante e necessario che tutti vadano a votare. Leggiamo i giornali, informiamoci tramite internet, non arriviamo impreparati al 12 giugno!

Non dobbiamo più permettere che l'ignoranza ci travolga e che i pochi cambino, a nostra insaputa, la storia di questo Paese.

Passate parola.

Terremoto Spagna: Bendandi aveva ragione?

L'istituto nazionale di geofisica e vulcanologia ha escluso qualsiasi tipo di legame tra il terremoto avvenuto in Spagna e le "previsioni" che sembrerebbero essere state fatte da Bendandi molti anni prima della sua morte. Nonostante le cifre che stanno riportando tutti i giornali europei, ovvero 8 morti, 160 feriti e più di 10.000 sfollati, il sismologo Michelini, ha affermato che "il terremoto non è stato di per sé molto forte".

Ma allora le "previsioni" di Bendandi possono essere ritenute valide? Si possono approfondire i suoi studi? A queste domande dovrebbero rispondere sismologi e geofisici. Quello che si può sottolineare è che Bendandi, attraverso i suoi studi, è riuscito a risalire al giorno esatto in cui sarebbe avvenuto il terremoto inoltre ha individuato la zolla.

Ci si augura che, se qualcosa di esatto e preciso c'è negli studi di questo autodidatta faentino, altri studiosi mettano da parte l'orgoglio e approfondiscano ciò che Bendandi ha iniziato, e questo non per la gloria, ma per il giovamento che ne può trarre l'Umanità.

venerdì 13 maggio 2011

Quando si dice in Italia non c'è lavoro

In Italia non c'è lavoro, la crescita è pari a zero, il governo non incentiva l'occupazione giovanile e non mette a disposizione i mezzi e gli strumenti perché tale occupazione si concretizzi. Sono cose risapute, ne sentiamo parlare ogni giorno eppure c'è una schiera di ragazzi che non demorde, che difende il proprio sapere con le unghie e con i denti, che accetta anche lavori sottopagati pur di pagare l'affitto e le spese mensili. In nome dell'indipendenza, della libertà.
Ma accanto a questa schiera di ragazzi, ce ne sono tanti altri, e su questi voglio porre l'accento, che scendono in piazza, sfilano, inveiscono contro il governo o contro il politico di turno ma che in realtà il lavoro non lo cercano seriamente e, forse, neppure lo vogliono. Sembrerà strano, molti si stupiranno ma è così.
Ecco quanto succede a Roma, in un'affermata azienda, di cui non farò il nome. Durante un colloquio per una figura che deve operare per alcuni mesi presso un cliente importante a livello nazionale e subito dopo all'interno dell'azienda stessa, andando ad ampliare l'organico interno, il candidato, dopo aver risposto in modo non eccelso al colloquio tecnico, rifiuta un lavoro da 1500 euro netti al mese.
Le motivazioni del candidato, laureato e con tanto di master, sono molteplici, le più significative riguardano la sua mancata motivazione ad intraprendere questo lavoro (al quale lui stesso ha mandato il curriculum vitae rispondendo all'annuncio) in quanto fare cinque chilometri in macchina per raggiungere il cliente dell'azienda in questione non fa per lui, inoltre nel posto di lavoro in cui si trova al momento ha già un contratto a tempo indeterminato. Alla domanda per quale azienda stia lavorando, il candidato risponde: presso una pizzeria al taglio.
I colloqui successivi sono pressoché identici. Si passa dal consulente esterno che chiede 350 euro nette all'ora (per tre ore di lavoro al giorno) dicendo che queste sono le tariffe base (il che non è assolutamente vero!), al ragazzetto, fresco di università, che rifiuta lo stage pagato a 1000 euro nette al mese perché, a suo dire, le sue capacità lo spingono a pretendere almeno 1800 euro.
Potrei andare avanti per ore, scrivere per giorni interi, raccontare di gente che, manda curriculum alle aziende e quando vengono ricontattati rispondono in modo scocciato e, nel peggiore dei casi, snobbano, a priori, l'azienda, senza neppure sentire di cosa si tratta.
Queste persone mi indignano profondamente, non sono ragazzi rappresentanti quella fetta di giovani italiani che lotta ogni giorno con direttori e datori di lavori che vorrebbero sfruttare le loro capacità, trarne il maggiore profitto per poi sbatterli fuori dal team non appena arriva un altro pollo da sfruttare. Insisto su questa parola, sfruttamento, perché se da un lato dobbiamo imparare a riconoscere quelle aziende che vogliono sfruttare le capacità dei giovani neolaureati o meno, dall'altro c'è una fascia di aziende serie che offre regolari contratti e buone retribuzioni ma che si scontra, ogni giorni, con persone arroganti, che fatto della loro arroganza una ragione di vita.
Mi ritorna in mente Saviano quando, un paio di mesi fa a Fazio diceva “la rivoluzione è che ognuno faccia il proprio lavoro”. E a quello che lui ha detto si deve aggiungere l'importanza di svolgere il proprio lavoro con una buona dose di volontà, impegno e umiltà. Quest'ultima è un'altra parola sottovalutata, snobbata, messa alla mercé degli idioti.

martedì 10 maggio 2011

Storie di una vita qualunque

Il tema della libertà è un tema a me particolarmente caro e vedere, questa mattina, sulla prima pagina de La Repubblica l'articolo di Baricco, L'idea di libertà spiegata a mio figlio, mi ha entusiasmata non solo perché stimo Baricco e lo seguo da anni come scrittore e come personaggio, ma anche e soprattutto perché questa meravigliosa parola, quest'idea che potrebbe spaventare tanti (e che in realtà ha spaventato, e sta spaventando, molti governi e molte persone) ha trovato la sua giusta collocazione: nella prima pagina di uno dei maggiori quotidiani nazionali.
L'articolo presenta il dialogo tra un padre e il proprio figlio che vuole sapere che cosa significa essere governati da uomini che limitano la libertà altrui o addirittura “costruiscono gabbie” entro le quali dover vivere. Questa gabbia, spiega Baricco-padre, potrebbe anche essere “confortevole e apparentemente adatta a crescere, vivere, fare figli” ma è pur sempre una gabbia. Il rischio è che ci si abitua e, come ha scritto Baricco, purtroppo spesso accade che “ci si abitua a tutto”. E com'è difficile sradicare dal pensiero comune questo tutto al quale ci siamo abituati. 
Leggendo l'articolo non poteva non venirmi in mente mio nonno, anzi i miei nonni e i loro racconti su come la vita, durante il fascismo, era fatta di restrizioni di qualsiasi tipo. La libertà un'utopia sempre più difficile da raggiungere. Mio nonno paterno era partigiano, all'epoca aveva una ventina d'anni e il ricordo delle botte dei fascisti lo hanno accompagnato fino alla morte, avvenuta a metà degli anni novanta, così come il ricordo di quel covo di partigiani, tra i campi della pianura, sotto il sole cocente, senza nulla da mangiare e solo rabbia e indignazione che li spingeva a pianificare per ore e giorni interi piani d'attacco contro le bande fasciste che appoggiavano i tedeschi. Mio nonno materno, invece, all'epoca aveva poco più di dieci anni, la Resistenza l'ha vissuta in modo diverso, ha sentito i morsi della fame, sempre e in qualsiasi momento della giornata, ha conosciuto il lavoro in fabbrica a otto anni, e il significato del coprifuoco già nel tardo pomeriggio, quando le ombre del tramonto si allungavano sulla pianura. Mia nonna materna era una bambina di cinque anni, è rimasta traumatizzata dal fatto che ogni notte doveva dormire con le luci spente e con le imposte chiuse anche in estate, quando la pianura trasudava fino a tarda notte. Questo sempre a causa del coprifuoco e degli aerei che bombardavano le case dei civili. Tuttora, per addormentarsi, ha bisogno della luce di una lampada o di una candela.
In una famiglia che ha avuto un tipo di passato come questo, va da sé che l'insegnamento è stato molto simile, se non lo stesso, di quello di Baricco-padre al proprio figlio: il fascismo è una delle pagine nere della storia italiana; ogni governo che limita e vincola, con qualsiasi mezzo, la libertà altrui non porta alla crescita intellettuale della persona e in generale dello stato ma porta all'ignoranza e l'ignoranza alla cattiveria, ai luoghi comuni, al razzismo, alla violenza.
Entrambi i miei nonni sono scomparsi parecchi anni fa, è rimasta solo mia nonna che non si stanca mai di ricordarmi questi insegnamenti, anche a costo di risultare pedante.
Oggi sono mamma, beh non affretterei le cose, diciamo che lo diventerò tra qualche mese e come ogni mamma in dolce attesa faccio un bilancio, forse il primo di una lunga serie, di quella che è stata la mia vita fino a questo momento, a partire dalla mia famiglia. Il modo in cui sono stata cresciuta mi ha portata ad essere la donna che sono oggi, gli insegnamenti fondamentali mi hanno portato ad essere così. Forse un po' imprecisa, ma pur sempre sicura di ciò che dico e faccio. Mi chiedo se anch'io riuscirò ad essere altrettanto lucida, come lo sono stati i miei nonni, nel spiegare a mio figlio il significato di libertà e l'importanza di difenderla, sempre e comunque, di fronte a qualsiasi situazione. Mi chiedo se anch'io tenterò di nascondere le mie fragilità, come Baricco-padre al figlio che gli chiede che cosa si può fare per portare la libertà nei luoghi che ancora non la conoscono. Vorrei arrivare preparata a quel momento, vorrei essere lucida come lo sono stati i miei nonni che, purtroppo per loro, avevano alle spalle un'esperienza pesante ma proprio per questo hanno capito di avere il compito di educarmi a non ripetere gli errori di chi mi ha preceduto.
Baricco-padre, al figlio che gli chiede un esempio di luoghi dove gli uomini non sono liberi, parla di Cuba. Mi sono immaginata, nella stessa situazione, con mio figlio in uno di quei posti magici di Roma che tanto amo quando ho bisogno di stare sola. E a quel punto Cuba mi è sembrata lontana e mi sono venuti in mente tanti altri posti, tante altre situazioni, più vicine a noi ma che, allo stesso modo, fanno salire la rabbia e venire voglia di dire e adesso che si fa?.

venerdì 6 maggio 2011

Indignatevi!: la libertà secondo Stéphane Hessel

“Siamo responsabili in quanto individui. La responsabilità dell'uomo non può affidarsi né a un potere né a un Dio” è il messaggio libertario di Sartre. E questo insegnamento viene riportato da Stéphane Hessel nel suo libro Indignatevi! edito da Add Editore.

Ci si potrà chiedere chi sia quest'uomo che ha dato alle stampe un libricino che non supera le trenta pagine, correlate da note e postfazione dell'editore francese. La risposta è complessa. Provare a descrivere Stéphane Hessel è impresa ardua, se non si vuole tralasciare qualche particolare della sua vita o qualche sfaccettatura della sua personalità. Ma si potrebbe iniziare dicendo che lui oggi ha 93 anni ed è stato uno dei combattenti durante la Resistenza francese e successivamente ha apportato un valore aggiunto al programma elaborato dal Consiglio Nazionale della Resistenza nel marzo del 1944. Il Consiglio aveva l'obiettivo di “fondare la democrazia moderna” dello Stato francese attraverso princìpi e valori. Ed è su questi princìpi e valori che Hessel ha voluto porre l'accento, in quanto oggi ne “abbiamo più che mai bisogno”.

Iniziando con un augurio, ovvero che ognuno di noi cerchi un motivo per indignarsi, uscendo da quella coltre di indifferenza che è il peggiore degli atteggiamenti e a causa del quale il mondo potrebbe marcire sotto i nostri stessi occhi, Hessel attinge ai ricordi personali di un giovane influenzato dagli scritti di Sartre e di Hegel, ma non succube. E sarà proprio il suo ottimismo a spingerlo sempre di più ad abbracciare il pensiero di Hegel, secondo cui la libertà dell'uomo progredisce con il progredire della storia.

Concetti forse astrusi per chi è digiuno di filosofia, ma tanto attuali da non poter sfuggire alla comprensione della molteplicità dei lettori. Quello che Hessel ci sta facendo capire, quello che ribadisce è il significato di libertà umana, accompagnato a quello di responsabilità individuale. Solo in virtù di queste due caratteristiche fondamentali dell'animo umano si arriva, secondo Hessel, alla capacità di indignarsi e quindi all'impegno civile.

Cercare, indignarsi, reagire. Una reazione che, tuttavia, deve seguire la strada della non-violenza. Questo è il pensiero di Hessel. La non-violenza e la speranza guardano, all'unisono, al futuro. L'autore riporta alcuni esempi di persone che hanno fatto della non-violenza e della speranza il manifesto del loro pensiero: Mandela e Martin Luter King.

Mi è dispiaciuto leggere il sarcasmo e la pungente ironia di Aldo Grasso che, in un articolo del 19 aprile apparso sul Corriere della Sera, lo ha definito “noioso, prevedibile e ideologicamente intransigente” riferendosi alla sua presenza a Che tempo che fa di Fazio. Forse non si è soffermato sui brevi ma intensi capitoli del libro, oppure lo ha semplicemente snobbato per dare più spazio al conterraneo e molto discusso Moretti (elogiato nello stesso articolo come personaggio “in gran forma”). Premesso che ammiro Moretti e ho molto apprezzato il suo ultimo film, ritengo superficiale la presentazione di Grasso al libro di Hessel.

“Creare è resistere, resistere è creare” . 


giovedì 5 maggio 2011

Rincorrere la verità

Verità sinonimo di libertà, verità sinonimo di riforme, verità e lucidità nei confronti della situazione italiana attuale come sinonimi di crescita e forza umana. Una crescita che non riguarda solo la sfera economica del nostro Paese ma anche, e soprattutto, quella sociale.

Come si può notare, dunque, alla parola libertà viene associata la parola verità. Quest'ultima si ripete in più contesti, si arricchisce, si dilata, senza però sminuirsi, senza mai cadere nell'ombra della retorica. Eppure sarebbe così facile, per una parola tanto abusata in questo periodo, inciampare negli anfratti più tortuosi, quelli più oscuri.

Benedetto XVI, nel rievocare il suo predecessore, ha dato una stupenda, quanto mistica, definizione di verità in relazione alla libertà. Il Pontefice ha infatti asserito che la verità fa da garante della libertà. Non si deve avere paura della verità, non si deve avere paura di esprimerla, di difenderla, di parlarne e discuterne, di dimostrarla.

Eppure, se ci si guarda attorno, non si vede alcuna realizzazione concreta delle parole del Papa. Quello a cui si assiste, ciò che ogni giorno invade la nostra quotidianità, non sono altro che dubbi, illazioni, per non parlare delle fratture e lacerazioni contro ciò che rappresenta, o almeno dovrebbe rappresentare, l'Italia: il nostro Governo.

Il caso Ruby, la frattura, aggravata dal Presidente del Consiglio con le istituzioni, le mancate reazioni del governo italiano all'intervento in Libia, (salvo poi riprendersi e capire che, forse, era quanto meno il caso di far sentire la nostra voce), per non parlare delle ultime vicende sul caso Mondadori. Sono solo alcuni degli aspetti relativi la politica italiana, la scena economica ma anche quella sociale e intellettuale. E in questa matassa, la tanto maltrattata verità, non riesce, nella maggior parte dei casi, a trovare la luce ma soprattutto il rispetto che si meriterebbe.

Colpa dei pm milanesi che trattengono oltremodo il Presidente del Consiglio che, a suo dire, avrebbe altri e ben più importanti problemi da risolvere? Colpa dei giornalisti che gettano fango sul governo? Oppure colpa di un governo che si nasconde dietro leggi ad personam, dietro dichiarazioni che potrebbero variare di ora in ora in base al consenso o meno della Lega? E ancora colpa di un governo che gioca ad una “tecnica di seduzione” (come l'ha definita Marcello Sorgi, nel suo editoriale apparso oggi su La Stampa) che potrebbe altresì essere interpretata come una ben più evidente dietrologia?

Il quadro si complica se si pensa che non c'è un'alternativa politica a questa situazione, che possa dichiararsi come rappresentante del Paese. L'unico politico che ha parlato chiaramente di alternativa al Berlusconismo è stato Di Pietro nella scorsa puntata di Annozero.

Solo in questo modo, esprimendo il proprio pensiero, presentandolo al popolo che ascolta e giudica, attraverso le elezioni, si arriva alla verità e quindi alla libertà.

Educare alla verità come garante della libertà significa educare ad una specifica umanità e quindi, come detto sopra, alla crescita (non solo economica) e alla forza umana di ogni singolo individuo di questo Paese. Siamo responsabili in quanto individui, diceva Sartre e per questo non possiamo permetterci di ricercare la libertà nell'illusione della sua stessa idea, alla maniera di Pessoa, semmai gridare a gran voce libertà e verità ma che siano degne di questi nomi. Per tutti.